Lampedusa, 24 gennaio 2009
di Alfred Breitman
Forse nella variante pelagia
della lingua italiana
o in quella lampedusiana
del vernacolo siciliano
"accoglienza" vuol dire intolleranza
e non si chiama "sangu umanu"
quello che scorre nelle vene
dei migranti?
Oggi seicentocinquanta uomini,
seicentocinquanta esuli,
seicentocinquanta fratelli,
hanno forzato i cancelli
del Centro di prima accoglienza
e si sono riversati nelle vie
dell'isula di Lampidusa,
di chidda isula santa
che sembra terra d'Africa,
piangendo,
lamentandosi, chiedendo
libertà e giustizia,
invocando il diritto di vivere.
Alcuni di loro stringevano
nelle mani di profughi
- mani che hanno il colore
del bronzo africano -
colli spezzati di bottiglia
e, disperati, minacciavano
di tagliarsi la gola
se li avessero deportati
verso le terre di dolore e morte
da cui erano fuggiti.
Con voci
di cani rabbiosi
gli aguzzini
- non chiamateli guardie:
sono persecutori -
li hanno ricondotti in carcere
- non chiamateli centri
d'accoglienza: sono galere -
e poi hanno spiegato
- adesso in tono pacato,
quasi mellifluo, a beneficio
della stampa -
che nessun diritto
sarebbe stato negato
a quei "poveracci",
che rimandarli a casa
era "per il loro bene".
"Macché carceri!
Macché lager!
Macché razzismo o xenofobia,
via!
Stiamo solo cercando di risolvere
IL PROBLEMA DEGLI IMMIGRATI".
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