E' giusto paragonare la persecuzione dei Rom e dei migranti all'iniquità delle leggi razziali e dell'Olocausto?

Per lo stesso motivo, venni escluso da una mailing list dedicata alla Resistenza: "Ma come si permette di fare un simile paragone?" mi scrisse la fondatrice della lista, per motivare la sua decisione, "Le sembra che i Rom vengano schedati? Le sembra che siano lasciati senza acqua, cibo o assistenza medica? Le sembra che qualcuno li sottoponga a violenze, li metta in prigione o li deporti senza un motivo? Le sembra che li caccino dai campi in cui vivono?"
Studio l'Olocausto e le dinamiche delle persecuzioni da quando avevo 16 anni. Ho conosciuto decine di testimoni, di Giusti, di storici e direttori di Musei.
Ho lavorato insieme ai principali studiosi della Shoah, del Samudaripen, del genocidio dei Triangoli Rosa: da Dan Michman ad Avner Shalev, da Gerard Koskovich a Marcel Courthiade.
Quando si conoscono i meccanismi patologici che conducono alla disumanizzazione di una società, non è difficile riconoscerne i segni e i sintomi, nell'attimo in cui si manifestano. Chi studia l'Olocausto e si impegna per educare alla Memoria le giovani generazioni, lavora come un biologo e la sua ricerca si concentra sul formarsi di una degenerazione di un organismo vivo, come è ogni comunità umana. Oggi un'attivista toscana ha ricevuto la stessa critica, per aver tracciato, in un comunicato stampa, un parallelo fra l'intolleranza che colpisce i Rom nella sua città - e che ha condotto la cittadinanza a chiederne a gran voce l'espulsione - e la repressione degli ebrei al tempo di Mussolini.
Una docente universitaria, studiosa della Seconda guerra mondiale, ma staccata dall'attuale realtà della persecuzione razziale, le ha scritto: "Il suo articolo termina con una concetto per me inaccettabile: non confondiamo la tragedia dei forni crematori con qualsiasi atto di intolleranza. Quella tragedia non deve essere banalizzata con paragoni davvero impropri.
Ciò mi offende profondamente". Il messaggio dell'insegnante proseguiva con toni pieni di sdegno, come se l'Olocausto non fosse un'esperienza viva ed educativa, un baratro sempre aperto, in cui l'umanità può ricadere sempre, ma una finestra chiusa, la colpa irripetibile di una generazione di carnefici mostruosa ed estinta. Abbiamo risposto alla studiosa che il paragone fra ebrei negli anni dell'Olocausto e Rom oggi in Italia è ormai fatto da testimoni della Shoah come Piero Terracina, Nedo Fiano, Ohni Ohnaus, Ruth Bondi, Tamara Deuel, Hanneli Pick-Goslar, Antonia e Goffredo Bezzecchi, Mihai Grancea.
Le abbiamo presentato i dati riguardanti la speranza di vita media di un ebreo negli anni di Hitler, che era di 38 anni: la stessa speranza che hanno oggi i Rom e i Sinti in Italia. "Lo sa come si è giunti ad emulare tali atroci numeri?" le abbiamo chiesto. "Attraverso una persecuzione sistematica, capillare, spietata, che è avvenuta e avviene nell'indifferenza generale. Anche sopravvissuti all'Olocausto di etnia Rom hanno subito sgomberi e atti di persecuzione istituzionale in Italia: Mihai Grancea, gli anziani Ciuraru (i cui morti sono anche nell'archivio di Yad Vashem) e altri vecchi Rom, rifugiatisi in Italia, con i segni della loro tragedia, dai Paesi balcanici.

Noi attivisti, che abbiamo visto tante morti e tanto dolore provocato da razzisti, ma anche e soprattutto dalle autorità, nei confronti di esseri umani innocenti di etnia Rom, non possiamo che essere pienamente concordi con i sopravvissuti di Auschwitz che considerano i Rom in Italia così simili agli ebrei di quegli anni bui.
Il caro Piero Terracina piangeva, qualche mese fa, abbracciando i piccoli Rom di Tor di Quinto: 'Bambini miei," sussurrava loro fra le lacrime, con un filo di voce, commosso, "siete come noi, come noi ebrei, quando il mondo ci odiava e ci sterminava'. Dunque, gentile signora, non si offenda: non c'è offesa nella pietà, nel dolore, nella solidarietà. Sono i soli strumenti che l'uomo possiede per contrastare l'odio, un sentimento oscuro e profondo che è terra fertile per i germi dei nuovi olocausti".
Nelle foto, Traian Grancea, 101 anni, sopravvissuto al Samudaripen, insieme al presidente romeno Traian Basescu

























