di Roberto Malini
La ricerca rivela che nel caso di detenuti per la prima volta, spesso giovanissimi, la recidiva è scesa del 90 per cento.
E' importante, inoltre, rilevare che se il governo Prodi aveva condotto l'Italia a uno dei più bassi indici di criminalità nell'Ue, oggi assistiamo a un'escalation fuori controllo che riguarda tutti i reati: omicidi, stupri, violenze e reati contro il patrimonio
Milano, 24 maggio 2009. La carcerazione produce criminalità, mentre le misure alternative e provvedimenti come l'indulto sono rimedi efficaci per combatterla. Il Gruppo EveryOne promuove da tempo soluzioni diverse dal carcere, mirate non a punizioni sproporzionate per chi commetta reati, ma al reinserimento sociale.
Quando un cittadino si trova catapultato nell'inferno carcerario, dove la sua individualità e i suoi diritti umani sono annientati e solo la legge del più forte consente di mantenere la propria dignità e la propria volontà di riscatto, pericolose trasformazioni avvengono nella sua psiche, che inizia ad assorbire odio, frustrazione e sentimenti di rivalsa.
E' una metamorfosi inevitabile, che blocca qualsiasi processo di redenzione, annulla i sentimenti positivi del detenuto e innesca in lui una vera e propria inimicizia nei confronti della società. Questo fenomeno è acuito dalle violenze quotidiane subite dagli internati, sia da parte di altri detenuti, sia da parte delle autorità che dovrebbero vegliare sul quieto vivere all'interno degli istituti di pena. La privazione della libertà, inoltre, è all'origine di una pratica assai diffusa, che oltre il 50% dei giovani detenuti subisce, senza denunciarla a causa della vergogna: lo stupro e la costrizione a umilianti pratiche sessuali.
Un ragazzo oggetto di stupro e di torture che distruggono la sua personalità e la sua dignità umana diviene psichicamente instabile e non è raro che a propria volta, per un distorto istinto di rivalsa, divenga uno stupratore e un violento*. Ma in generale, la personalità di detenuti di sesso maschile e femminile, giovani e meno giovani, subisce - nelle condizioni sempre inumane cui costringe la vita carceraria - traumi che ne alterano irreversibilmente la capacità di relazionarsi con la società. Sia nei Paesi in cui vigono regimi che nelle democrazie, si deve rilevare che la giustizia si trova ancora in una fase medievale e non è mai riuscita ad evolversi in funzione delle ricerche e degli studi statistici.
Di fatto, funziona come una religione integralista e si propone ai cittadini come un'alternativa infernale al "paradiso" della libertà, paventando orrori e incubi a chi trasgredisca la legge, come nei dipinti di Hieronymus Bosch. Questa giustizia inquisitoria, che accetta ancora, più o meno subliminalmente, la tortura, la castrazione, la mutilazione, l'annientamento della personalità, la violenza sessuale ignora - proprio per la sua natura sadicamente "cultuale" - l'uso della clemenza quale "deterrente positivo" al reiterarsi di infrazioni della legge. Siamo convinti che il carcere sarà abolito, quando la comunità umana avrà superato la propria "età del ferro", già prefigurata da Esiodo nell'VIII secolo a.C. e caratterizzata dal capovolgimento dei valori umani, civili e culturali, in nome di un Ordine rappresentato in realtà dalla più feroce espressione della legge del più forte, senza alcuno spazio al valore socialmente taumaturgico della compassione. In Italia questo fenomeno irrazionale, disumano e perverso è particolarmente grave e diffuso endemicamente su tutto il territorio nazionale.
Con questa premessa introduciamo i risultati emersi al convegno di studi sulle politiche di prevenzione svoltosi al carcere "Due Palazzi" di Padova. Risultati che contrastano con la propaganda politica, praticamente in ogni aspetto riguardante le misure carcerarie e quelle alternative. In relazione al provvedimento dell'indulto attuato dal governo Prodi, i dati sono chiari, come ha ricordato il sociologo del diritto Giovanni Torrente: "L'opinione pubblica si è convinta che l'indulto sia stato un fallimento, ma lo studio dei tassi di recidiva dei detenuti rimessi in libertà ci dice l'esatto contrario: sono scesi al 27 per cento, contro il 68 per cento riferibile al periodo di sette anni precedente l'indulto.
Si tratta di un calo superiore al 50%". I dati forniti dal professor Torrente provengono dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), che rappresentano la fonte più completa di informazioni relative ai 44.944 detenuti che hanno beneficiato dell'indulto. Se li si legge correttamente, risulta evidente che senza tale misura, il numero di reati commessi da carcerati giunti al termine della pena senza sconti sarebbe stato decisamente superiore e che dunque l'indulto ha scongiurato un numero considerevole di omicidi, stupri, violenze e crimini contro il patrimonio. Un altro dato che contraddice la propaganda è quello relativo ai beneficiari di misure alternative alla detenzione, come la semilibertà o l'affidamento ai servizi sociali: in tali casi la recidiva scende in misura ancora più netta, raggiungendo appena il 18 per cento.
Un dato inattaccabile, poiché verificato su un campione di 7.615 beneficiari di misure alternative, su un totale di 17.387 individui. La recidiva peggiora drammaticamente con la carcerazione. Riguardo ai detenuti per la prima volta, spesso giovani o giovanissimi, l'indulto ha fatto diminuire il tasso di recidiva all'11,8 per cento: un dato che dovrebbe essere tenuto presente da chi ha scelto demagogicamente e irresponsabilmente di abbandonare la via delle misure alternative alla prigione. "Nove su dieci detenuti novelli," riferisce Torrente, "non hanno fatto in tempo ad assimilare gli effetti negativi della detenzione, che li avrebbero incastrati in quelle dinamiche tipiche del carcere che in genere portano a introiettare comportamenti devianti e a perdere il contatto con le logiche del mondo libero".
Vi è un altro dato che suona come una condanna per i giustizialisti e i fautori - per incompetenza e pregiudizi - di recidive criminali: sul totale del 27 per cento di recidive, gli stranieri hanno un tasso inferiore rispetto agli italiani: il 19,8 per cento. "E' un dato che ci dice molto sulla nostra tendenza a identificare lo straniero con il delinquente," spiega Torrente, "un dato che non deve sorprendere, perché vi è stata quella che in sociologia si chiama 'costruzione del panico morale'. Infatti, prima i media, poi i singoli politici e successivamente il mondo politico nel suo complesso, fino a includere molti degli stessi che l'avevano votato, hanno continuamente gettato discredito sul provvedimento di indulto, fino al punto che è entrato nel senso comune l'idea che l'indulto sia stato un fallimento".
Sorprende, ovviamente, che la "sinistra" non abbia smentito i rivali politici riguardo a tale propaganda e anzi abbia improvvisamente mutato rotta, abbandonando le politiche moderne ed efficaci che avevano portato l'Italia, durante il governo Prodi, a uno dei più bassi indici di criminalità nell'Unione europea, seconda solo - e di poco - alla Norvegia. Stravolgere l'organizzazione delle forze dell'ordine, seminare panico sociale, emanare continui ed insensati decreti sulla sicurezza, introdurre misure di repressione delle minoranze e delle libertà individuali ha portato a una nuova escalation dei fenomeni di devianza sociale, riconducendo l'Italia in una giungla di conflitti e paure, in cui gli eventi criminosi toccano ogni mese record negativi sempre nuovi, senza che alcuna voce politica o civile - se si eccettua il Gruppo EveryOne, i Radicali e poche organizzazioni per i Diritti Umani - lo denunci.
* Julia M. Whealin, Ph.D., Men and Sexual Trauma, PTSD Information Center
Gruppo EveryOne
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