Anton Caldarar, come Rosa Parks, ha detto “no” all'odio razziale.
Cesena, 5 novembre 2008. Anton Caldarar è un giovane padre di famiglia Rom. E' venuto in Italia per sfuggire una vita di povertà ed emarginazione in Romania, 8 anni fa. L'Italia, però, gli ha riservato nuove forme di esclusione sociale ed è costretto a sopravvivere grazie all'elemosina. Sua moglie soffre di una grave malattia neurologica. Anton e la sua famiglia vivono attualmente a Pesaro, in una fabbrica abbandonata, senza riscaldamento né acqua. I servizi sociali e le Istituzioni locali, che conoscono perfettamente la loro situazione, hanno scelto di ignorarla: “Questi 'pesci' non li vogliamo, nelle nostre acque,” ha affermato recentemente l'assessore ai servizi sociali.
Nel giorno del trionfo di Barack Obama, il primo presidente di colore degli USA, Anton si sentiva orgoglioso. Era fiero di essere Rom ed era convinto che se un uomo di colore aveva conquistato la Casa Bianca, forse anche uno “zingaro” poteva contribuire al cambiamento della società. Anton si trovava nella stazione di Cesena e sorrideva dentro di sé. Quando alcuni poliziotti gli intimavano, in un tono ingiurioso e minaccioso, di andarsene via, il ragazzo non chinava la testa: “No. Non me ne vado dalla stazione, perché devo comprare il biglietto e aspettare il treno che mi riporterà a casa”. I poliziotti ascoltavano le sue parole ed erano sbalorditi: come osava, quello “zingaro”? Come osava contraddirli, quel piccolo uomo dalla pelle scura? Non sapeva cosa tocca, ai Rom che non si sottomettono agli uomini in divisa? Come Rosa Parks, che oltre cinquant'anni prima, su un autobus che percorreva le strade di Montgomery, in Alabama, disse il suo “no” alla discriminazione razziale e non si alzò dal posto riservato ai bianchi, adesso Anton diceva “no” ai tradizionali persecutori della sua gente. Mentre le manette stringevano i suoi polsi e pugni e calci si abbattevano sul suo corpo, Anton si sentiva come il suo idolo Barack Obama: un uomo che non rinunciava al suo sogno. “La strada da percorrere sarà lunga. La salita scoscesa. Ma ce la faremo”.
Trascrizione Audio/Video.
(Per vedere il video fai clic sull’immagine a inizio pagina. È richiesto Apple QuickTime)
Mi chiamo Caldarar Anton. Sono nato in Romania, sono circa 8 anni che sto in Italia e ieri mi è successa una cosa brutta con i poliziotti. L'ho vissuta già due volte e voglio dirvi quello che mi è successo ieri.
Stavo salendo in treno da Forlì con il biglietto, solo che non l'avevo timbrato. Poi, quando è arrivato il controllore, ha visto il biglietto e in quel momento sono arrivati anche due poliziotti e uno di loro ha chiesto al controllore” “Ci sono problemi con questo ragazzo?”. Lui ha risposto di no. Ha detto: “Mi ha mostrato i biglietti, ma non erano timbrati, così li ho strappati e buttati via e ora li faccio scendere”. Così ha detto il controllore. Sono sceso a Cesena, volevo andare a prendere i biglietti. Ero con mia moglie e in quel momento loro mi hanno detto che dovevo andare fuori dalla stazione, che sennò mi picchiavano, mi davano le botte (”minacce”). Ho detto: “Scusa, ma io voglio andare a Pesaro, io non abito qui a Cesena devo andare a prendere il biglietto. Come... perché... scusa. Il poliziotto rispondeva: “No, no se tu non esci fuori guarda che ti faccio usare due stampelle per davvero”.
Volevo andare a prendere il biglietto e loro arrivano, i poliziotti. “Fuori dalla stazione!” mi hanno ordinato. Ho risposto che dovevo prendere biglietto. “No, no, tu vai fuori dalla stazione”.
“Scusa... no, no, io voglio andare a prendere il biglietto, perché non ho fatto niente di male”.
“Allora non vuoi andartene?” Hanno messo i guanti e mi hanno perquisito dappertutto, poi mi hanno dato schiaffi così... e mi hanno tirato il dito così... Poi un poliziotto voleva mettermi le manette, ma io non volevo metterle, perché avevo paura. Quando ho visto che si è messo i guanti ed è venuto davanti a me e hanno cominciato a portarmi via con la forza, per mettermi dentro, io già capivo che volevano picchiarmi. Non volevo andare con loro, perché avevo paura. Già una volta ad Ancona ho avuto lo stesso problema. Non volevano spiegarmi perché facevano tutto questo con me, che cosa volevano da me, e mi hanno colpito qui con mano così, contro di me e hanno visto il sangue. Io gli dicevo: “Scusa, perché? Guarda, mi hai fatto sanguinare. Perché? Adesso ti denuncio”.
“Ah, mi denunci? Tu a me? Ti faccio veder io!” e mi ha distorto la mano, mi ha messo le mani addosso, poi mi ha messo le manette. Mi ha legato a quella barra che scende giù nel sottopassaggio del treno. Quindi hanno chiamato altre due persone, poliziotti. Avevo i documenti. Ho chiesto loro “Perché fate queste cose? Non ne avete il diritto, davanti al pubblico mi mettete le manette, mi date gli schiaffi con il dorso della mano, mi rompete il dito, mi fate tutte queste cose. Perché? Voglio sapere. Non ho fatto niente, non ho rubato, non ho fatto male a nessuno, non ho disturbato nessuno, volevo solo andare a prendere il biglietto”. La gente guardava, e io gridavo “Aiuto, non lo so perché mi fanno questo, non so perché mi vogliono picchiare”. Me l'avevano promesso già sul treno. Dicevano che mi avrebbero fato del male, quando fossi sceso a Cesena, Io ho avuto paura di andare con loro e loro mi hanno fatto un verbale.
“No, adesso ti facciamo vedere furbetto,” mi dicevano, “furbetto, adesso vedrai come finisci”. Sono arrivati gli altri due poliziotti e mi hanno portato dentro. Mi hanno fatto le foto, rilevato le impronte e poi è arrivato un altro poliziotto, che mi ha detto: “Tu vivi qui a Cesena?”. Gli ho risposto: “No signore, io sono di Pesaro”. Lui ha iniziato a rivolgermi brutte parole: “Zingari, voi tutti siete merda” e altri insulti. Gli ho detto “Scusi, signore, io non sono venuto a Cesena per venire a casa tua, ma sono sceso qui perché non avevo timbrato il biglietto.
“No, no che non vieni da Pesaro. Sei qui tutti i giorni e mi trovo sempre la porta aperta”. E così perde la pazienza e mi dà un calcio. Qui, mi ha dato un calcio qui. Dopo essere stato colpito ancora, ho avuto paura di parlare ancora con loro; mi sono seduto lì, sono stato tranquillo e ho aspettato fino alla fine.
Dopo che mi hanno pestato e mi hanno dato gli schiaffi e il calcio e il pugno qui, tutto questo senza che avessi fatto niente, senza avere nessuna colpa, mi hanno consegnato questo foglio. Non so neanche che cosa sia. E' un verbale, non so perché me l'hanno dato, senza nessuna colpa. Prima di riceverlo, ho chiesto scusa e li ho pregati di spiegarmi che cos'è questo foglio. “No, no: devi firmare,” mi hanno detto. “Ma scusa, perché devo firmare, se non ho capito che cosa è questo foglio...”
“No, no: devi firmare e basta, dopo capirai che cos'è, e ti cercherai un l'avvocato,” mi hanno detto. Così ho firmato e mi hanno lasciato andare, ma prima, il poliziotto che mi aveva dato schiaffi, pugni e calci mi ha detto: “Ti accorgerai i che se non hai i soldi per pagare l'avvocato, andrai in carcere. Io non ho detto niente, solo “Grazie” e sono andato via.
Qualche mese fa sono andato ad Ancona a chiedere l'elemosina. Conoscevo la città, dove sono andato spesso a chiedere l'elemosina. Due o tre volte sono arrivati i vigili e mi hanno detto: “Qui non puoi chiedere l'elemosina”. Ho sempre chiesto scusa e ho risposto che non ero il solo a chiedere l'elemosina, ma più avanti ce n'erano altri. “Dopo, con quelli parliamo noi,” mi hanno risposto, “ma tu devi andartene via adesso”. “Va bene,” ho risposto, “ma vorrei raccogliere qualche moneta per un panino, per comprare qualcosa da mangiare. Non ho un soldo in tasca e non posso comprare cibo. Poi me ne vado subito”.
Loro si sono allontanati un po', ma sono subito tornati indietro con la macchina, sono scesi, mi si sono avvicinati, ma non mi hanno chiesto i documenti. Volevano mettermi nell'auto. Li ho supplicati: “Per favore aspettate... perché mi volete portare via? Me ne vado. Ho detto che non voglio andarmene? Guardatemi, adesso me ne vado via”. Mi hanno risposto: “No, niente da fare. Adesso devi venire con noi. Adesso ti facciamo capire che la prossima volta non verrai qui a chiedere l'elemosina”. Ma io non volevo seguirli, perché avevo sentito che intendevano pestarmi. Ma alla fine, mi hanno pestato lo stesso. Mi hanno messo con la forza nella macchina e mi hanno portato vicino al comando dei vigili urbani... loro erano vigili urbani. Mi hanno portato di sotto, dove c'è il parcheggio delle loro auto e lì mi hanno dato botte e schiaffi. Erano in tre... erano in tre. A un certo punto mi hanno messo a terra, ma è arrivato un altro vigile, che ha detto: “Perché gli state facendo queste cose? Non va bene! Lasciatelo andare”. Ha detto a quei tre che mi stavano pestando che avevano sbagliato a picchiarmi, che avevano fatto male e che dovevano lasciarmi andare: “Ragazzi, mandatelo via subito da qui, subito!”. Mi hanno fatto alzare, mi hanno aperto la porta e me ne sono andato, pieno di sangue, battuto, picchiato da loro. Me ne sono tornato così alla stazione.
Gruppo EveryOne
Tel: (+ 39) 340 - 8135204 | (+ 39) 331-3585406


















