Giovedì 23 Dicembre 2010. Trafficanti di uomini senza scrupoli che trasportano come bestie, e facendosi pagare profumatamente, disperati in fuga da Paesi come l’Eritrea il Sudan, la Somalia e l’Etiopia. Obiettivo: raggiungere Israele, isola di relativa stabilità, attraverso l’Egitto o Gaza.

A denunciarlo è un’inchiesta dell’Ong italiana EveryOne, che sta seguendo da tempo la vicenda della detenzione arbitraria a Rafah (Sinai del Nord, Egitto) di oltre 250 profughi eritrei, sudanesi, somali ed etiopi da parte dei trafficanti legati ad Hamas. Panorama.it ha intervistato il direttore di EveryOne, Roberto Malini, per capire più a fondo come funziona questo traffico.
La sua associazione EveryOne ha denunciato il traffico di profughi africani tra l’Egitto e Israele da parte di bande di criminali legate a gruppi terroristi, quali Hamas e i Fratelli Musulmani. Come funziona il giro?
E’ una rete molto potente e ramificata, con collegamenti e presenze su tutti i confini del Nord Africa, il cui braccio sono bande di criminali appartenenti a tribù beduine, di cui la più importante è quella dei Rashaida, distribuiti in Egitto e Libia, Eritrea, Sudan e Arabia Saudita. Queste organizzazioni criminali, che dispongono di tecnologia e moderni mezzi di trasporto, sono strettamente legate ai movimenti armati jihaidisti - come Hamas - e alla mafia araba che li sostiene, a partire dalla Fratelli Musulmani, il cui giro d’affari criminali non è inferiore a quello della mafia cinese, della mafia italiana e della mafia russa. Se si tiene conto che migliaia di profughi cadono ogni anno nelle mani dei trafficanti, e che per ognuno di questi infelici viene pagato un riscatto che in media raggiunge i 5.000 dollari, ci si può rendere conto di quale interesse vi sia in quest’odiosa attività criminosa.
E Hamas controlla il traffico nel Sinai, giusto?
Esatto. Nel Sinai la gestione del traffico di esseri umani è di Hamas, checontrolla i tunnel che dalla Rafah egizia sbucano in quella dei Territori. E’ un giro remunerativo che finanzia attività terroristiche. Quello che sorprende è come alcuni personaggi legati al traffico di profughi eritrei, etiopi e sudanesi, come l’etiope Fatawi Mahari,circolino impunemente, portando con sé centinaia di migliaia di dollari in contanti, fra Territori, Egitto e anche Israele. Vengono indagati, a volte anche arrestati, ma dopo pochi giorni di detenzione, tornano a piede libero e continuano con i loro crimini.
Come funziona il traffico di eritrei che vogliono raggiungere Israele?
I trafficanti radunano gruppi di 200/250 profughi provenienti dalla Libia, che versano subito 2.000 dollari a persona per raggiungere Israele, dove hanno intenzione di chiedere asilo. In pieno deserto, a un certo punto del viaggio, i predoni comunicano ai migranti che quella somma non basta più, che servono altri 8.000 dollari per raggiungere i confini israeliani. I profughi sono ridotti a questo punto in schiavitù. Ad alcuni di loro vengono lasciati i cellulari, in modo che possano chiamare i familiari in Europa o in patria, per chiedere di inviare con un’agenzia di money transfer la somma necessaria a riacquistare la libertà ed essere condotti al confine con lo Stato di Israele. Solo in pochi possono pagare, così cominciano le torture, i pestaggi, gli stupri di donne e bambini. Per evitare le violenze, i parenti dei prigionieri continuano a effettuare versamenti: ora 300 dollari, ora 500, ora 1.000. Alcuni degli schiavi vengono assassinati a sangue freddo e i loro corpi destinati al mercato degli organi. Così i trafficanti fanno capire alle loro vittime che fanno sul serio. La detenzione può durare mesi e chi non riesce a saldare il debito, viene portato in un laboratorio clandestino, nel quale gli saranno espiantati i reni. La giovani donne, divise dagli uomini, subiscono stupri quotidiani, anche dieci al giorno.
Alla fine ce la fa solo chi paga il riscatto…
Solo chi paga i 10 mila dollari viene condotto in Palestina attraverso i tunnel che uniscono le due Rafah e di lì al confine israeliano. Molti profughi, nel periodo di detenzione e torture, scompaiono nel nulla.
Attualmente ci sono 250 migranti eritrei, sudanesi, somali ed etiopi detenuti nelle prigioni egiziane nei pressi del confine di Rafah. Che cosa fanno le autorità egiziane davanti a questa emergenza?
Dopo la campagna che abbiamo condotto insieme all’Agenzia Habeshia di Don Mussiè Zerai e a una rete di ong per i diritti umani, il governo ha cominciato a interessarsi, sia direttamente sia tramite alcune delle sue ambasciate nell’Unione europea, del problema relativo ai trafficanti di esseri umani nel Sinai. Ma a tutt’oggi però non ci risulta che le forze dell’ordine si siano recate, neanche per un sopralluogo, nelle località che abbiamo indicato loro.
E le autorità israeliane hanno qualche ruolo nella gestione dell’emergenza?
Israele, con l’intervento dei Medici per i Diritti Umani e con le posizioni dei principali quotidiani (che hanno rivelato particolari raccapriccianti riguardo al traffico di migranti fra le due Rafah), ha offerto un contributo fondamentale al lavoro delle ong in questa campagna per salvare i 250 migranti. E’ necessario però che il governo dello Stato di Israele compia passi significativi nei confronti del governo egiziano, offrendo il supporto dei suoi servizi di sicurezza e le informazioni in suo possesso. Contemporaneamente, anche l’Autorità Palestinese dovrebbe intervenire contro le attività aberranti che Hamas conduce, attività che sono ormai fuori dai limiti di qualsiasi progeto civile.
Nella foto: Profughi africani chiedono asilo in Israele (Credits: Anna Momigliano)
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 30 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto Karma Kosher
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http://www.zoes.it/it/content/campagna/appello-urgente-pr...
http://www.africanews.it/profughi-eritrei-nel-sinai-in-pericolo-vita/
http://www.improntalaquila.org/2010/11/28/articolo13075/
http://www.brogi.info/2010/11/gli-eritrei-scappati-dalla-libia-ora-in-catene-nel...
http://www.bosnewslife.com/14515-eritrea-refugees-detained-in-sinai-desert-group-says

























