Roma, 9 dicembre 2010. «Fate presto! Continuano a picchiarci, a chiedere più soldi e temiamo che ci trasferiscano in un’altra prigione!».

Prigionieri in catene da oltre un mese. Uomini e donne, alcune delle quali incinte, costretti a sopravvivere con poca acqua salmastra e in condizioni igieniche pessime. Ormai allo stremo delle forze. «E se li trasferiscono sarà ancora peggio, perché dovremo ricominciare da capo le ricerche per individuare il nuovo nascondiglio», commenta don Mosé.
Ore di profondo timore, ma anche di cauta speranza per i 250 profughi prigionieri nel deserto: la sensazione è che il cerchio attorno ai predoni si stia stringendo. «Stiamo lavorando con Human rights watch Egitto e con le autorità del governatorato del Nord Sinai per evitare una possibile fuga dei trafficanti con gli ostaggi. Siamo fiduciosi», spiega Roberto Malini, co-presidente del Gruppo EveryOne. L’attenzione delle istituzioni internazionali e delle autorità egiziane locali (dalla polizia di Rafah al procuratore generale dell’Egitto, al governatore della regione del Sinai) sul caso è massima. «È improbabile, quindi, che in questa situazione i predoni riescano ad allontanarsi da Rafah», puntualizza ancora Malini.
Già nella mattinata di ieri era stato identificato con precisione il luogo in cui si trova il covo dei trafficanti. Indicazioni che però «rimangono strettamente confidenziali e usate in canali diplomatici riservati per evitare conseguenze agli ostaggi», spiegano da EveryOne e che sono state fornite esclusivamente all’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite, all’Alto commissariato per i rifugiati (Acnur) e ad alcuni alti funzionari della Commissione europea e del Consiglio d’Europa.
Tutte le informazioni in possesso degli attivisti sono state messe sul tavolo. Nella denuncia presentata martedì al procuratore Maher Abd al-Wahid al Cairo sono stati indicati anche «i nomi di due trafficanti e il loro numero di telefono, il luogo esatto in cui vengono detenute queste persone e altri dati sensibili», spiega Matteo Pegoraro, co-presidente di EveryOne. Tra le persone denunciate ci sarebbe anche un cittadino eritreo che collabora con i carcerieri «e che vende i suoi fratelli a questi trafficanti di carne umana», aggiunge Malini.
Ora più che mai, però, occorre far presto, anche perché ci sono diverse persone ferite che hanno bisogno di cure urgenti. «Bisogna intervenire per salvarli – esorta ancora una volta don Mosé Zerai –. Ma soprattutto occorre fare in modo che, dopo la loro liberazione, venga messo a punto un programma per accoglierli in Europa. Dopo tutto quello che hanno passato, queste persone hanno bisogno di essere accolte e protette». Anche il Consiglio italiano per i rifugiati e il Gruppo EveryOne avanzano la medesima richiesta. «Vorremmo che al momento della liberazione venisse riconosciuto a queste persone la possibilità di chiedere asilo in Europa, perché era qui che stavano cercando rifugio e protezione», conclude Malini. Anche perché tra le 250 persone in catene, almeno un centinaio sono i profughi respinti dall’Italia.
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http://www.zoes.it/it/content/campagna/appello-urgente-pr...
http://www.africanews.it/profughi-eritrei-nel-sinai-in-pericolo-vita/
http://www.improntalaquila.org/2010/11/28/articolo13075/
http://www.brogi.info/2010/11/gli-eritrei-scappati-dalla-libia-ora-in-catene-nel...
http://www.bosnewslife.com/14515-eritrea-refugees-detained-in-sinai-desert-group-says

























