Una denuncia penale alle autorità egiziane per i crimini di sequestro di persona a scopo di rapina e di estorsione, tortura, omicidio, lesioni gravi, minacce, traffico di esseri umani è stata depositata lunedi 6 dicembe dal Gruppo EveryOne, l'organizzazione internazionale per i diritti umani che assieme all’Agenzia Habeshia e ad altre associazioni umanitarie sta seguendo il caso dei 250 migranti, tra cui sudanesi, somali, etiopi ed eritrei, prigionieri da oltre un mese dei trafficanti nel nord del Sinai, al confine tra Egitto e Israele.

“Dopo contatti con il ministero degli Interni della Repubblica Araba d'Egitto, abbiamo depositato un atto di denuncia al procuratore Maher Abd al-Wahid al Cairo, e per conoscenza al Presidente della Repubblica Araba d’Egitto Hosni Mubarak, al Primo ministro Ahmed Mahmoud Mohamed Nazif e al Ministro dell’Interno, il generale Habib Ibrahim Habib El Adly”, comunicano i tre co-presidenti dell’ONG, Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau.
“Nell’atto, depositato alle autorità nella tarda serata di ieri, abbiamo accluso nei dettagli tutte le informazioni in nostro possesso, dai cellulari dei trafficanti al luogo esatto ove gli ostaggi sono detenuti; dalle gravi condizioni in cui versano i migranti alla dinamica dei 6 omicidi finora perpetrati; dai contatti in loco per raggiungere la città beduina alle generalità di due dei carcerieri, che abbiamo recuperato grazie a uno dei profughi con cui siamo in contatto” raccontano gli attivisti. “Purtroppo, le ultime notizie provenienti dal Sinai, riguardo alle condizioni di 74 eritrei e degli altri 176 profughi somali, etiopi e sudanesi non sono affatto confortanti. I migranti sono allo stremo delle forze," spiegano gli operatori umanitari di EveryOne, "e l’inerzia da parte delle autorità egiziane, nonché l’attesa degli organismi internazionali, è il preludio a nuove possibili tragedie.
Nonostante la nostra denuncia, che le autorità egiziane sono tenute ad accogliere formalmente, è necessario che continui la pressione internazionale per velocizzare un intervento in loco: serve un aiuto vero da parte della Farnesina e un’interessamento del Presidente del Consiglio Berlusconi,” proseguono Malini, Pegoraro e Picciau, “che non si limiti a una mera segnalazione della problematica al Ministero degli Affari Esteri egiziano. E’ necessario inoltre” concludono i co-presidenti di EveryOne, “che sulla vicenda siano puntati i riflettori dei media italiani e internazionali e che le Nazioni Unite in primis, nonché le istituzioni dell’Unione europea e il Vaticano, proseguano senza sosta ogni azione diplomatica atta a scongiurare il perpetrarsi di crimini inammissibili contro innocenti, aventi diritto alla protezione - e non certo all’indifferenza - internazionale”.
Migranti sulla rotta di una vita mgliore. I predoni avevano posto un ultimatum, scaduto domenica 5 dicembre, per rilasciare in cambio i denaro i migranti eritrei, sequestrati nel deserto del Sinai da trenta giorni. I profughi eritrei erano partiti dalla Libia, sulla rotta della speranza per una vita miglioree. Tra di loro ci sono donne incinte, almeno 8, bambine e bambini, ragazze e ragazzi. I banditi li hanno sequestrati, schiavizzati, catene ai piedi, botte sino alla morte, per estorcere denaro ai parenti che vivono in Europa. “Ci danno un pezzo di pane ogni tre giorni, non abbiamo acqua, siamo costretti a bere quella salata, molti di noi si sono ammalati…”, ha pianto una donna parlando con i parenti in Europa al cellulare messole a disposizione dai sequestratori perché chiedesse il denaro del riscatto.
Il gruppo degli 80 profughi, scappati in 250 dall’Eritrea, era arrivato in maggio in Libia con l’intenzione di continuare il cammino della speranza verso la Sicilia e l’Europa, dove appunto già vivono alcuni parenti. Ma per molti di loro il viaggio non è neppure cominciato. Respinti in mare, obbligati a rientrare in Libia, sono stati arrestati e internati nel carcere di al Braq, un vero e proprio campo di concentramento nel sud del paese, dove le autorità libiche usano deportare i migranti.
La drammatica peregrinazione che ha li condotti alla situazione odierna è iniziata in luglio, ed è una diretta conseguenza del Trattato di Partenariato Italia- Libia sui respingimenti.
Respinti in mare, rientrati in Libia e qui subito agganciati dai trafficanti di esseri umani, dopo avere pagato duemila dollari a testa per essere condotti sull’altra riva del Mediterraneo, i profughi sono stati dirottati verso l’Egitto e il deserto dei Sinai. Qui, sono stati di fatto sequestrati dai predoni che gli adesso chiedono altri ottomila dollari a testa per ridargli la libertà.
''Sono armati fino ai denti e probabilmente con qualcuno che li copre, all'interno di una zona controllata'', ha raccontato al quotidiano Avvenire don Moisse Zerai, prete del Pontificio Collegio Etiopico, eritreo come le vittime, raggiunto telefonicamente da uno dei sequestrati.
Altre notizie sulla condizione dei sequestrati arrivano dall’ong Habeshia per la cooperazione e lo sviluppo, contattata dai parenti in Europa, e dal gruppo EveryOne. Le due organizzazioni, che per prime hanno dato voce all’appello disperato dei sequestrati, chiedono l’attenzione dei media e l’intervento dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, del Consiglio d'Europa, dei governi egiziano ed europei, e riportano la notizia che tra venerdi 3 e domenica 5 dicembre almeno sei ostaggi sono stati massacrati dai banditi mentre tentavano la fuga; ad altri 4 sembra che stiano per prelevare un rene, come forma di pagamento.
Habeshia ha anche denunciato che il numero dei profughi sequestrati da aguzzini senza scrupoli su questa rotta della tratta sarebbe molto più alto di 80, almeno 600: somali, eritrei, etiopi e sudanesi.
A richiamare l’attenzione sul loro dramma, domenica cinque dicembre, nella preghiera dell’Angelus, anche Papa Benedetto XIV. Ratzinger ha ricordato le ''tante situazioni difficili, come i continui attentati che si verificano in Iraq contro cristiani e musulmani, agli scontri in Egitto in cui vi sono stati morti e feriti, le vittime di trafficanti e di criminali, come il dramma degli ostaggi eritrei e di altre nazionalità, nel deserto del Sinai', ed ha auspicato ''preghiera e solidarietà''' da parte dei cristiani verso i profughi eritrei.
Una storia lunga. Già nello scorso mese di luglio, il Consiglio d’Europa aveva chiesto all’Italia di assumere informazioni su maltrattamenti inflitti a 250 eritrei, profughi, detenuti in Libia.
Il commissario per i diritti umani, Thomas Hammarberg, aveva scritto ai responsabili di Farnesina e Viminale chiedendo chiarimenti sulla vicenda di questo gruppo di migranti eritrei, alcuni dei quali avevano cercato di raggiungere l’Italia prima di essere respinti in Libia, dove erano stati internati in un carcere-lager, nel sud del Paese, in condizioni di vita insostenibili. Per il governo italiano aveva risposto il ministro degli Interni, Roberto Maroni (“Il governo italiano non ha alcuna responsabilità”), rigettando l’argomento secondo il quale il nostro paese vi avesse, invece, molto a che fare in virtù dell’accordo bilaterale con Tripoli, il Trattato di Partenariato, che permette i respingimenti dei migranti nel sud del Mediterraneo. Dello stesso periodo, era l’annuncio di Finmeccanica di aver vinto una commessa da 40 milioni di euro per un sofisticato sistema radar installato al confine meridionale libico allo scopo di intercettare i migranti in arrivo.
Donne e uomini in fuga da fame, dittature e conflitti tribali, respinti dalle coste italiane sulle coste libiche dove per loro c’è un solo scenario possibile: l’internamento in prigioni-lager da dove escono per essere di fatto consegnati alla tratta.
Per chi si sottrae c’è il rimpatrio forzato, cosa che spesso significa condanna a morte: come nel caso dei 200 profughi eritrei di cui non si sa più nulla con pesanti risvolti sulle responsabilità italiane: è stato dimostrato che la maggior parte di questi richiedenti asilo era stata respinta in mare da unità italiane, senza poter avanzare la richiesta di protezione prevista dalla Convenzione Internazionale dei Diritti Umani, la Convenzione di Ginevra. la Libia, unico tra tutti i Paesi africani, non ha mai firmato.
La condizione dei rifugiati eritrei in Libia era stata denunciata, sempre nel luglio scorso, anche dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, dalla Società italiana di Medicina Tropicale, e dall’Osservatorio Italiano sulla salute globale con una lettera aperta inviata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al ministro della Salute Fazio, al presidente dell’Ordine Nazionale dei Medici, Amedeo Bianco, “ I medici non possono rimanere in silenzio su quello che sta succedendo ai rifugiati eritrei in Libia- sottolineava la nota congiunta- noi rappresentiamo alcune società medico-scientifiche nazionali che a vario titolo si occupano di salute internazionale. Come medici non possiamo accettare l’idea che degli esseri umani, alcuni dei quali intendevano chiedere asilo e rifugio nel nostro Paese, si trovino ora, vittime di abusi e maltrattamenti, in un Paese che non rispetta le convenzioni internazionali sui diritti umani cui l’Italia aderisce”.
La Libia è l’unico paese africano a non aver firmato la Convenzione Internazionale per i Diritti umani.
"Gli accordi con il dittatore Gheddafi, la trasformazione dell'Europa in una fortezza, le continue violazioni della Convenzione di Ginevra hanno prodotto questa nuova tragedia, in cui i migranti si sono trasformati nei nuovi Ebrei e un nuovo genocidio viene celebrato nell'orrore, nel sangue e nel silenzio," si legge nell’Appello urgente alle istituzioni internazionali, all’Onu e ai governi europei, firmato da Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne,"l'Europa si sta abituando a parole come 'deportazione', 'reato di clandestinità', 'internamento'. Le forze dell'ordine si trasformano in carnefici, i politici si affermano predicando xenofobia, i media addormentano le coscienze. Rinnoviamo l'appello: non consentiamo agli assassini di continuare i loro crimini e salviamo i 74 eritrei superstiti. Ma soprattutto, iniziamo a rispettare la Convenzione di Ginevra, senza la quale siamo tutti complici delle terribili violazioni dei diritti umani.”.
Le ragazze dei bordelli di Tripoli. Per le donne e le ragazze migranti, i respingimenti in mare possono significare l’inferno dei bordelli di Tripoli: schiave per mesi, se non per anni, prostituite in Libia oppure avviate clandestine alla tratta ed alla prostituzione in Europa.
Sempre nello scorso mese di luglio, l’associazione italiana Be Fre ha presentato un Dossier tematico nato dall’ esperienza di lavoro all'interno del Centro di Identificazione ed Espulsione Ponte Galeria, a Roma.
“Un lavoro che va avanti da molti anni – raccontano all’associazione -, e che ci ha consentito di incontrare, e sostenere, molte giovani vittime di traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo.”.
I colloqui realizzati all'interno della struttura hanno portato alla luce la costrizione alla prostituzione subita per esempio dalle donne nigeriane durante il passaggio per la Libia, all'interno di bordelli chiamati “African Houses”. Case chiuse che tutti conoscono, visitate da migliaia di clienti per lo più libici, consapevoli dei trattamenti inumani che le ragazze debbono subire, e dell'obbligatorietà delle loro prestazioni sessuali, il cui prezzo va immancabilmente agli sfruttatori gestori della African House” .
Il dossier è stato reso possibile dai colloqui con alcune nigeriane riuscite a fuggire dall'inferno libico e ad arrivare a Lampedusa. “Oggi questa porta d'accesso rimane sbarrata, e i migranti vengono rimandati verso la Libia”, aggiungono le responsabili dell’associazione, “temiamo fortemente per il loro futuro ora che sembra calare il mai forte interesse italiano ed internazionale circa lo status del rispetto dei diritti umani in quel Paese, che non ha neanche firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, e che nonostante tutto ha ottenuto un ruolo di tanto rilievo nella gestione delle politiche migratorie. Possiamo affermare con forza che in quel territorio avviene una sistematica tortura delle donne...”.
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http://www.improntalaquila.org/2010/11/28/articolo13075/
http://www.brogi.info/2010/11/gli-eritrei-scappati-dalla-libia-ora-in-catene-nel...
http://www.bosnewslife.com/14515-eritrea-refugees-detained-in-sinai-desert-group-says

























