Gruppo EveryOne e Habeshia: “Costringere i rifugiati a svolgere ‘lavori socialmente utili’ senza garanzie di asilo né di condizioni di vita dignitose è un ulteriore, inaccettabile violazione.
E’ fondamentale che l’Ue e soprattutto l’Italia li accolgano concedendo loro asilo. Nel frattempo chiediamo ispezione da parte dell’Onu e del Consiglio d’Europa, per verificare che gli eritrei siano in condizioni umanamente accettabili”.
Milano, 9 luglio 2010. Il 30 giugno è giunta segnalazione dall’Agenzia Habeshia che circa 350 profughi prevalentemente di nazionalità eritrea, tra cui 80 bambini, sono stati trasferiti su camion dalla prigione di Mishratah (Misurata) a quella di Al Braq. Molti di loro hanno subito in passato respingimenti in acque territoriali italiane e maltesi, in violazione della Convenzione di Ginevra. Ad Al Braq, a partire dalla stessa notte dell’arrivo, hanno subito pestaggi e torture, un vero e proprio “bagno di sangue”, secondo i testimoni, nell’iniziale indifferenza internazionale. “Grazie ad alcuni contatti telefonici diffusi dall’Agenzia Habeshia, è stato possibile entrare in contatto con i profughi. Il rapporto diretto ci consente di essere aggiornati passo dopo passo su ciò che accade” spiegano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne. Il 2 luglio i profughi comunicavano ai difensori dei Diritti Umani di aver subito nuovi trattamenti inumani e degradanti e di essere a rischio di deportazione.
Solo l’intervento di Thomas Hammarberg, Commissario per i Diritti Umani al Consiglio d’Europa, induceva un riluttante Ministero dell’Interno italiano a chiedere alla Libia una soluzione umanitaria. Il 7 luglio il Ministero degli Esteri italiano comunicava la stipula di un impegno formale da parte del Governo libico per la liberazione dei profughi, in cambio di ‘lavori socialmente utili’ resi dagli stessi nei vari comuni in cui verranno smistati. “Si tratta di un accordo contrario alla legislazione internazionale in materia di diritti umani, perché i ‘lavori socialmente utili’ sono in realtà una forma di punizione alternativa al carcere,” spiegano gli attivisti di EveryOne, “che non offre garanzie per il futuro riguardanti la paga, gli orari e le condizioni di lavoro, la sistemazione in alloggi, l’esistenza di condizioni dignitose e di diritti civili”.

“La Libia non è nuova a questi progetti,” continua Don Mussie Zerai, presidente di Habeshia, “che non garantiscono alcuna protezione ai rifugiati, i quali potrebbero essere imprigionati ancora e deportati fra qualche settimana. In Libia non esiste il diritto all’asilo, quindi è necessario che i profughi siano accolti in Europa e prima di tutto in Italia, Paese da loro scelto”. Il Gruppo EveryOne e l’Agenzia Habeshia chiedono con urgenza all’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navy Pillay, nonché all’Alto Commissario ONU per i Rifugiati, Antonio Guterres, e al Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, di vigilare affinché i diritti dei profughi, e soprattutto dei minori coinvolti e delle loro rispettive famiglie, siano rispettati e che i rifugiati non vengano abbandonati a se stessi in Libia senza garanzie di protezione internazionale. “Chiediamo loro, inoltre” concludono Malini, Pegoraro e Picciau, “di inviare una delegazione delle Nazioni Unite e del Consiglio d’Europa in visita ispettiva in Libia, per assicurarsi delle buone condizioni di salute e del rispetto della dignità dei profughi eritrei”.
Secondo le ultime notizie, che ci sono pervenute nel pomeriggio di ieri, 8 luglio, il governo libico, dopo le pressioni ricevute da parte delle ong, intende garantire residenza e lavoro adeguato alle capacità professionali a tutti e 350 (o 400) i profughi. E’ una soluzione inaccettabile, perché in Libia mancherà sempre loro lo status di rifugiati, con le conseguenti garanzie di protezione. Passata l’eco politico-mediatica, i rifugiati eritrei saranno inevitabilmente sottoposti a nuovi arresti e trattamenti inumani nei centri di detenzione, mentre si prospetterà ancora il rischio di una loro deportazione. L’unica soluzione in linea con le Carte che tutelano i diritti dell’uomo è il loro reinsediamento nell’Unione europea.
Dopo che un attivista ha verificato che ad Al Braq si trovano solo uomini, sia adulti che minori, abbiamo chiesto ad Habeshia dove si trovino attualmente le donne e i bambini più piccoli. L’agenzia ci ha risposto che a Mishratah, da dove i detenuti sono stati trasferiti il 30 giugno, rimangono ancora 32 uomini, 13 donne e 7 bambini. Come sottolinea anche l’Agenzia Habeshia, le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa devono sempre tener presente che i profughi sono soggetti a pressioni e maltrattamenti. Potrebbero essere costretti a sottoscrivere accordi dietro minacce o violenze. L’unica loro vera richiesta è quella di essere accolti nell’Unione europea.
Riguardo alle dichiarazioni del ministro degli Interni italiano, che mette in dubbio la provenienza di molti di loro da respingimenti, i profughi eritrei ne hanno le prove: si sono annotati i numeri di riconoscimento delle motovedette italiane. Vi è inoltre un nuovo pericolo, perché la Libia ha chiesto all’Ambasciata eritrea di occuparsi del riconoscimento dei profughi. Questa procedura metterà in grave pericolo le loro famiglie rimaste in patria, i cui membri subiranno detenzioni, interrogatori e torture.
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