Un radar italiano per scovarle: ce ne sono 100 milioni nel mondo. Ban Ki-moon: “E' necessario raddoppiare gli sforzi per evitare la perdita di vite umane e restituire ai nostri figli un pianeta libero dagli ordigni inesplosi”.
Gruppo EveryOne: “E' fondamentale che la civiltà si liberi dall’orrore delle mine anti-uomo, ma per ottenere un risultato accettabile in questo campo è necessario vigilare sui comportamenti irresponsabili degli Stati che perseguono politiche industriali mortifere”.

Questo strumento dunque potrà essere molto utile per lo sminamento. In tal senso è utile fornire i dati del Landines Monitor Report, secondo cui nel mondo vi sono 100 milioni di mine ancora sotterrate, che provocano ogni anno circa 6.000 incidenti. Da un dato del 2006 emerge, per l’esattezza, che queste armi hanno ferito o ucciso 5.761 persone (il 34 per cento bambini). Le aree dove si registra ancora un massiccio utilizzo delle mine antiuomo sono la Somalia, la Birmania e il Pakistan.
Tuttavia la buona notizia che un gruppo di giovani ricercatori di un’Università italiana siano riusciti a mettere a punto uno strumento radar tanto utile, contrasta inevitabilmente con il comportamento dell’Italia nell’ambito dell’industria bellica. Il nostro Paese è infatti il secondo produttore al mondo di armi e, benché abbia interrotto la produzione di mine antiuomo (nel ‘92 era il terzo produttore al mondo di mine: produzione abbandonata attraverso l’adesione al trattato di Ottawa del 1997), ha smesso da anni di investire nelle operazioni di bonifica e sminamento ma, soprattutto, ha continuato nella produzione dei componenti che servono ad assemblare le mine. “Le schede che permettono il funzionamento delle mine – ha spiegato recentemente Marcello Storgato, padre saveriano di Brescia, promotore della campagna sulle mine antiuomo – vengono prodotte ufficialmente per altri usi in provincia di Brescia, ma sappiamo che poi finiscono all’estero, dove rientrano nella fabbricazione dei micidiali ordigni”.
Importante anche la denuncia del Gruppo Everyone (organizzazione per la cooperazione e la salvaguardia dei diritti umani), che ha inviato una lettera al presidente dell’Onu Ban Ki-moon: “E’ fondamentale che la civiltà si liberi dall’orrore delle mine anti-uomo, ma per ottenere un risultato accettabile in questo campo è necessario vigilare sui comportamenti irresponsabili degli Stati che perseguono politiche industriali mortifere, dedicando enormi risorse al mercato bellico. Altrettanto fondamentale è il controllo degli investimenti nei settori delle mine anti-uomo e delle bombe a grappolo effettuati dai gruppi bancari e finanziari internazionali. Tramite tali gruppi, infatti, non è difficile raccogliere fondi nei Paesi aderenti al trattato di Otawa per utilizzarli poi nelle più atroci produzioni belliche”.
Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha dichiarato recentemente che “le mine antiuomo sono armi dall’utilizzo indiscriminato che causano gravi mutilazioni, uccidono e ostacolano la ricostruzione nelle aree devastate dai conflitti. Ecco perché è necessario raddoppiare gli sforzi per evitare la perdita di vite umane e restituire ai nostri figli un pianeta libero dal pericolo letale degli ordigni inesplosi”.

























