Ucciso un ragazzo eritreo liberato dai predoni. Le notizie che arrivano dalla zona di confine tra Egitto e Israele parlano di un'area governata da alcune tribù beduine che gestiscono il commercio di esseri umani sequestrati anche per finanziare gruppi come Hamas.

Rafah, 12 gennaio 2011. La polizia egiziana torna a sparare sui migranti africani al confine con Israele. La sparatoria fra polizia e trafficanti è costata la vita a un giovane agente di Rafah, mentre una pattuglia di guardia al confine ha fatto fuoco, uccidendolo, su un giovane eritreo che tentava di superare la frontiera dello stato ebraico. Dopo la circolare ministeriale che imponeva agli agenti di frontiera egiziani di non sparare sui rifugiati e in seguito all'operazione di domenica scorsa contro i trafficanti beduini di Rafah, ci eravamo illusi che le autorità egiziane avessero modificato il loro modo di operare, iniziando a perseguire i predoni. In realtà sembra che niente sia cambiato. Nella stessa giornata, infatti, una pattuglia di guardie di confine ha sparato a sangue freddo in direzione del ragazzo eritreo, centrandolo con due proiettili allo stomaco. Il giovane non era armato e probabilmente era stato appena liberato da trafficanti. Si è solo rifiutato di fermarsi all'alt intimato dagli agenti, comprensibilmente terrorizzato. Si spera solo che si tratti di un episodio isolato.
Le responsabilità al governo israeliano. La notizia della nuova tragedia dell'immigrazione è stata diffusa da News Agency e ripresa dal quotidiano israeliano Haaretz. Nel frattempo, prosegue la costruzione di una barriera lunga 240 chilometri, eretta dal governo israeliano per contrastare l'ingresso di profughi africani nello stato ebraico. La nostra organizzazione, assieme ai Medici per i Diritti Umani e alla Ong israeliana Global Crisis Solution Center ha chiesto al governo di Israele di non pensare solo alla propria sicurezza, ma di ricordare come lo stato ebraico sia stato fondato da profughi e, di conseguenza, di non rinunciare all'accoglienza. E' sconcertante, però, come Nazioni Unite e Unione Europea assistano indifferenti agli omicidi, alle torture, agli stupri, alle continue atrocità su ragazzi, donne e bambini innocenti. Si tratta di un silenzio complice e colpevole, inaccettabile da parte di organismi che pongono i diritti umani alla base della loro stessa missione.
...E di quello egiziano. Le autorità egiziane, contattate dal Gruppo EveryOne, confermano le sparatorie al confine e l'arresto di un numero imprecisato di migranti africani, cresciuto esponenzialmente nelle ultime settimane, rispetto alla media del 2010. Riteniamo che ormai quasi duecento profughi africani prigionieri nel frutteto di Abu Khaled a Rafah non siano più nelle mani dei trafficanti e per la maggior parte siano stati arrestati e rinchiusi nei Centri di espulsione egiziani, in attesa di deportazione. Nei container restano solo 50 migranti, con sei donne e alcuni giovani eritrei agonizzanti. Alcuni degli africani, quelli più poveri, le cui famiglie non sono riuscite a versare una somma ritenuta dai predoni sufficiente per il loro riscatto, sono verosimilmente finiti nel mercato nero degli organi o in quello del lavoro coatto. Come non ritenere colpevole di queste tragedie il mondo che si definisce civile, ma che assiste senza muovere un dito al nuovo olocausto?
Alcuni (pochi) risultati nella lotta al traffico. Intanto, grazie anche alla campagna internazionale contro il traffico di esseri umani, rivolta a tutti i governi africani coinvolti dal fenomeno, sembra che le autorità di alcuni paesi abbiano ritrovato la volontà di opporsi al racket. La polizia del Sud Turkana, in Kenia, ha arrestato ieri 8 etiopi coinvolti nel traffico di esseri umani. Il commissario di polizia della regione ha dichiarato che si tratta di un successo importante nella lotta contro l'organizzazione criminale che gestisce la tratta di migranti e schiavi in Kenia.
Camp David, la deroga necessaria agli accordi. EveryOne Group chiede all'Onu e ai governi di Egitto e Israele di impegnarsi contro il traffico di esseri umani nel Sinai. L'Organizzazione che si occupa della tutela e il rispetto dei diritti umani, sottolineata l'urgenza di sottoscrivere una deroga agli accordi di Camp David del 1978, che impediscono all'Egitto di adeguare le forze di polizia alla presenza di criminalità organizzata lungo il confine, avendo demilitarizzato le zone del Sinai vicine al confine. Oggi la responsabilità dei traffici viene attribuita, dalle tribù beduine della zona di Rafah, da Ong egiziane e israeliane, alle famiglie dei Sawarka, i Rashaida e Abu Khaled, indicato come un notabile beduino palestinese, il quale in diverse interviste a giornali britannici come "The Telegraph" ha ammesso esplicitamente di utilizzare il traffico di esseri umani per finanziare Hamas. Circostanza finora mai smentita. Non si nuove foglia - so dice nella regione - che queste due tribù non vogliano. Un funzionario della polizia di Rafah spiega le difficoltà da parte delle forze dell'ordine, mentre il capo-beduino Aish Tarabin propone alle tribù del Sinai e al governo un progetto per un Sinai senza più traffico di esseri umani.
Le tribù che dominano la scena. Grazie ai contatti con le Ong locali e rappresentanti della comunità beduina di Rafah, EveryOne ha ricostruito l'organizzazione dei traffici nel Sinai. Così come non si può affermare che esista un solo capo della mafià in Italia, nello stesso modo non vi è un responsabile unico della tratta di esseri umani e organi. E' un'organizzazione ramificata in tutti i paesi arabi. Vi sono però due tribù beduine che hanno conquistato negli anni il potere nel Sinai e lo detengono tuttora: sono, appunto,i Rashaida e i Sawarka. C'è, inoltre, una famiglia che ha più potere e più connivenze con le grandi organizzazioni mafiose e terroristiche internazionali. E' una famiglia il cui cognome è lo steso della tribù: Sawarka. Dispongono di denaro e potere. Quando vengono intervistati dai media si dichiarano orgogliosi delle loro attività. "Da 30 anni siamo senza acqua né agricoltura - ha dichiarato recentemente Mahmoud Sawarka - fratello del capotribù alla giornalista Yasmine Saleh dell'agenzia Reuters - "Il governo non ha messo in atto alcun programma per i nostri giovani. Non abbiamo nulla. Ecco perché ci dedichiamo ai traffici: per provvedere alle nostre vite e a quelle delle nostre famiglie".
Nel Sinai circa 600.000 beduini. Suddivisi in 12 tribù. Il governatore del Sinai del nord, Mohamed el-Kiki, non ha, da parte del governo egiziano, un sostegno sufficiente per combattere il crimine organizzato gestito da alcune tribù beduine e anzi, per mantenere la propria carica non può prescindere dal loro consenso. Le forze di polizia non possono effettuare operazioni all'interno delle proprietà beduine, a meno che non siano invitate dai padroni di casa. Ecco perché nessun agente ha ancora messo piede nel frutteto a sud di Rafah, dove Abu Khaled conduce i suoi crimini alla luce del sole, senza alcun timore di essere ostacolato, mentre trasferisce da un luogo all'altro i suoi carichi di esseri umanialimentando anche le casse della Muslim Brotherhood, di Hamas e di Al Qaeda.
La ricostruzione della vicenda. Sono trascorsi più di due mesi da quando il mondo è venuto a conoscenza del calvario di 250 profughi africani che, dopo aver subito respingimenti dall'Unione Europea e aver scontato un periodo di detenzione durissima nelle carceri libiche, hanno deciso di avventurarsi entro i confini dell'Egitto, con destinazione Israele. La chiusura delle frontiere europee, in violazione della Convenzione di Ginevra - ha scritto il Gruppo EveryOne in una lettera trasmessa all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Antonio Guterres - ha trasformato radicalmente il fenomeno dei flussi di rifugiati dai paesi africani in guerra o crisi umanitaria. La tragedia nelle acque di Taez, nello Yemen, in cui hanno perso la vita 43 migranti e altri 40 sono scomparsi, è significativa di come ormai le vie di fuga per chi si allontana da condizioni di vita impossibili sono rimaste pochissime, tutte pericolose.
Non ci sono più vie di fuga né rifugi. I campi profughi dell'Etiopia non hanno più possibilità di ricezione; lo Yemen ha già accolto negli ultimi anni centinaia di migliaia di rifugiati ed è al collasso; Israele ha visto entrare nei propri confini bambini, donne e uomini africani a un ritmo che è attualmente di 700 persone ogni settimana. Se la Convenzione di Ginevra sui Rifugiati non tornerà a valere per tutti gli Stati che l'hanno sottoscritta, questa crisi globale peggiorerà, riportando il pianeta Terra ai tempi delle muraglie e dell'olio bollente gettato su popoli disperati in cerca di asilo. Dopo essersi affidati a trafficanti beduini, pagando una somma di 2.000 dollari a persona per essere aiutati a rifugiarsi nello stato ebraico, il gruppo di migranti africani è rimasto vittima di una trappola. Nel deserto del Sinai egiziano, i predoni hanno preteso altri 8000 dollari pro capite da migranti incatenati e segregati dentro container metallici interrati, dove è possibile respirare grazie a bocche per l'aerazione e dove mangiano una pagnotta al giorno alternata, raramente, a mezza scatola di sardine, tra violenze, torture, stupri.
La polizia egiziana: "I predoni sono più armati di noi". EveryOne è riuscita a entrare in contatto con un funzionario delle forze dell'ordine di Rafah, chiedendogli notizie riguardo ai migrati africani fermati nelle ultime settimane e i motivi dell'inerzia della polizia nei confronti dei trafficanti. Nonostante alle forze di sicurezza sia proibito comunicare con la stampa e le Ong al di fuori dell'Egitto, il funzionario ha fornito una spiegazione: "La polizia di frontiera ha effettuato diverse operazioni, arrestando numerosi gruppi di africani, che sono stati denunciati per 'ingresso illegale', interrogati e incarcerati. Verranno consegnati alle autorità dei paesi di provenienza, perché la legge egiziana prevede così. Riguardo alla nostra prudenza nei confronti dei trafficanti, il problema è che sono armati e organizzati molto meglio di noi, hanno moderni kalashnikov".
Sinai, terra senza legge. Così quella fetta di deserto è ora una zona in cui alcune tribù beduine sviluppano, senza alcun controllo né presenze militari dissuasive, ogni genere di traffico: armi, droga, ma anche di migranti, schiavi, organi umani. I trafficanti, dunque, oggi controllano - sotto gli occhi (impauriti? distratti?) di Egitto e Israele - quella porzione di Sinai, applicando le loro leggi criminali. Quando l'Egitto ha chiesto a Israele di ottenere una deroga agli accordi di Camp David e potenziare le proprie forze di sicurezza, integrando i contingenti e migliorando gli armamenti e i mezzi di trasporto, ha sempre ottenuto un secco rifiuto. E' un atteggiamento difficile da capire, anche perché nel Sinai viaggiano ormai senza alcun controllo armi di ogni genere, destinate speso alla lotta armata contro lo stato ebraico. Anche i proventi dei traffici di esseri umani finanziano, in parte, azioni di guerriglia contro Israele e sono controllati dai nemici storici dello stato ebraico, Hamas in primis. Questa impotenza da parte delle guardia di frontiera contro i trafficanti è alla base della pratica disumana del tiro a segno contro i migranti. Le autorità locali e forse anche il governo egiziano, considerano questa strage degli innocenti come l'unico mezzo rimasto per controllare i flussi di profughi, che continuano a definire "lavoratori illegali".
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*Roberto Malini è co-presidente, assieme a Matteo Pegoraro e Dario Picciau, di EveryOne Group
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