Tragedia nel deserto. Molti sono riusciti ad entrare in Israele, molti altri sono ancora nelle mani dei trafficanti, sottoposti a torture e stupri. L'iniziativa di EveryOne Group e del Gruppo Facebook "Per la liberazione dei prigionieri nel Sinai" di formalizzare una denuncia alla Procura generale del Cairo contro i trafficanti. Una raccolta di firme.

Tel Aviv, 14 gennaio 2011. Il governo eritreo, tra i più autoritari al mondo, guidato da Isaias Afewerki, ha fatto dire dal suo ambasciatore in Israele, Debbas Tessamariam Tereste, che i profughi del suo paese, entrati nei confini dello stato ebraico, possono restare dove sono: "Noi non faremo nulla perché siano reimpatriati. Il governo di Gerusalemme avrebbe dovuto espellere il primo eritreo entrato illegalmente," ha detto il diplomatico in un'intervista al giornale israeliano on line Ynet, "ma adesso è troppo tardi". L'Eritrea, dunque - con la gioia dei migranti fuggiti dal regime di Asmara - non accetterà la deportazione di cittadini del suo paese contro la loro volontà: "All'inizio chiedevamo loro di tornare," ha aggiunto l'ambasciatore, "ma ora è tutto più complicato. Consideriamo questi migranti come lavoratori illegali in cerca di migliori condizioni di vita e non come rifugiati".
"Diffonderebbero frustrazione". Secondo Debbas, la Terra Santa esercita un forte richiamo sui giovani eritrei, che ne sentono parlare, a scuola, fin da piccoli. "Da quando sono ambasciatore del mio paese in Israele," ha proseguito, "nessun rappresentante istituzionale mi ha mai consultato per risolvere questo delicato problema, che ora ha assunto dimensioni difficili da controllare. Di sicuro - ha aggiunto il diplomatico - c'è che non accetteremo il ritorno forzato di cittadini eritrei che ormai hanno sogni e aspettative diverse rispetto ai loro connazionali in patria. Potrebbero minare il morale della nazione, diffondendo le loro frustrazioni e la loro amarezza, che risultano da una differenza culturale che è maturata nel tempo".
"Non siamo pronti per la democrazia". Nel corso dell'intervista, tuttavia, Debbas ha sorvolato sulle persecuzioni che colpiscono i gruppi religiosi non riconosciuti dal regime di Isaias Afewerki: gli omicidi, gli arresti, le torture, la coercizione al servizio militare cui sono sottoposti i cattolici, la detenzione durissima, le sevizie e le sparizioni dei profughi deportati dai paesi in cui si erano rifugiati."Non siamo pronti per la democrazia," ha concluso l'ambasciatore, "perché stiamo ancora costruendo la nostra identità. Vogliamo fare affidamento solo sulle nostre risorse e diventare indipendenti. L'Occidente ci critica perché non abbiamo democrazia né libertà di stampa, ma prima dobbiamo combattere l'analfabetismo, l'inquinamento idrico, la disoccupazione. Solo quando avremo sconfitto quei mali, lavoreremo per la democrazia".
La situazione attuale. Sono intanto il Gruppo EveryOne e l'Agenzia eritrea Habeisha ad aggiornare i media - quando è possibile - sulla situazione dei profughi africani detenuti in ostaggiodai trafficanti di esseri umani nel deserto del Sinai egiziano, lungo la linea di confine con Israele. Il quadro generale è ancora assai preoccupante, anche se si intravvedono sviluppi nelle attività diplomatiche delle delegazioni internazionali per salvarli - dicono Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne - "in particolare, dietro richiesta del presidente dei Liberali e Democratici in Europa, Graham Watson, le delegazione dell'Unione europea al Cairo ha chiesto al governo egiziano un intervento urgente".
Il risveglio della comunità internazionale. "Dopo che la nostra organizzazione ha formalizzato presso la Procura generale del Cairo una denuncia contro i trafficanti - hanno aggiunto i responsabili del Gruppo EveryOne - c'è stata una maggiore attenzione da parte delle Istituzioni internazionali. Una iniziativa che abbiamo intrapreso assieme al Gruppo Facebook 'Per la liberazione dei prigionieri nel Sinai', a Christian Solidarity Worldwide e all'Eritrean Research and Documentation Center. Graham Watson si è impegnato a proseguire l'azione internazionale per liberare i profughi africani e sicuramente il suo peso politico e la sua fama di difensore dei diritti umani avranno un ruolo importante". Intanto si susseguono le notizie, a volte ufficiali, a volte ufficiose, relative alla liberazione dei profughi.
Nel frutteto di Rafah. E' qui che rimangono meno di 50 prigionieri - copme riferisce EveryOne, "fra cui sei donne, mentre dalle autorità egiziane e da quelle israeliane giungono notizie di contingenti di profughi liberati, tutti provenienti dal campo di detenzione di proprietà della famiglia Sawarqa, da tempo nota alle autorità per traffico di esseri umani - dicono al Gruppo EveryOne - e gestito dal beduino palestinese Abu Khaled, anch'egli conosciuto come predone e trafficante di migranti e organi umani. E' ormai probabile che la maggior parte dei migranti - affermano i responsabili del Gruppo - si trovi nelle carceri militari egiziane, da dove saranno deportati nei paesi d'origine, sempre che l'Onu e l'Ue non intervengano con estrema urgenza, offrendo all'Egitto l'alternativa di un reinsediamento per quote nei paesi dell'Unione europea".
La raccolta di firme. Mentre prende il via una raccolta firme, che chiede alle Istituzioni internazionale di adoperarsi con ogni mezzo per liberare gli africani prigionieri, promossa dal sacerdote eritreo don Mussiè Zerai e già sottoscritta da parlamentari e operatori umanitari, i l'organizzazione israeliana PHR (Medici per i Diritti Umani) dà notizia di altri migranti africani liberati dai predoni ed entrati nello stato ebraico. "Un ragazzo eritreo di 19 anni," riferisce suor Aziza Kidane, una religiosa eritrea, "non è riuscito a procurarsi il denaro per il riscatto e i trafficanti l'hanno torturato con pezzi di vetro acuminati. Le sevizie sono terminate quando una donna ha accettato di prestargli il denaro mancante. A una ragazza di 22 anni i predoni hanno detto che se non avesse pagato, l'avrebbero portata in una clinica, dove le avrebbero espiantato un rene".
I primi firmatari. L'Agenzia eritrea Habeisha "chiede che senza altri indugi si mobiliti tutta la Comunità internazionale, da un lato per combattere il traffico di esseri umani e dall'altro affinché sia garantita a queste persone la protezione internazionale di cui hanno bisogno e a cui hanno diritto, in particolare attraverso un progetto di reinsediamento e accoglienza dei profughi nel territorio dell'Unione Europea.
I primi firmatari dell'appello sono: don Mussie Zerai, e gli onorevoli Savino Pezzotta, Luigi Manconi, David Sassoli, Paola Binetti, Gennaro Malgieri, Benedetto Della Vedova, Livia Turco, Matteo Mecacci.
Il muro israeliano. Sono quelle raccolte dai medici di Jaffa e sono agghiaccianti. Riguardano pestaggi, atti di sadismo, stupri. "I migranti africani sanno cosa rischiano nel Sinai, " continua suor Aziza, "ma non hanno altre possibilità, perché in patria subirebbero persecuzione religiosa, arresti e detenzioni arbitrarie. I giovani sarebbero inoltre costretti ad andare in guerra". Contro il progetto israeliano di costruire una barriera impenetrabile ai profughi lungo il confine con l'Egitto si oppone, accanto alla rete di Ong che si è schierata a tutela dei migranti del Sinai, l'organizzazione israeliana Global Crisis Solution Center. "Israele è uno stato fondato da migranti in fuga da una spietata persecuzione," afferma Morgan Thomas, presidente del Centro, "e tutti noi abbiamo il dovere di non dimenticarlo, di non chiudere le porte di fronte a chi soffre per motivi di religione, razza, cultura o a causa di crisi umanitarie. Accoglienza e integrazione devono ispirare le politiche sui rifugiati di qualsiasi paese che si definisca civile".
Nella foto, profughi eritrei in Israele
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