Come da nota diffusa alcuni giorni fa dal Gruppo EveryOne, che sottoponeva alle autorità e ai media una nuova ipotesi di comportamento da parte dei predoni di Rafah, i trafficanti stanno liberando i migranti africani in scaglioni di 10/15 prigionieri alla volta.
Le richieste di riscatto si fanno più pressanti e non appena le famiglie dei profughi hanno versato cifre ritenute sufficienti dai predoni, contingenti di eritrei, etiopi, somali e sudanesi vengono condotti al confine con Israele, finalmente liberi. Altri 15 africani sono stati liberati ieri e a una stima attuale restano nel frutteto di Rafa una cinquantina di migranti. Le autorità evitano così di perseguire i trafficanti e di indagare sul fenomeno delle nuove schiavitù, del mercato nero degli organi, delle donne e dei bambini destinati al mercato del sesso, della piaga del lavoro coatto. Qui di seguito, un articolo da L'Avvenire che riassume le ultime notizia da Rafah. R.M.
Roma, 1 gennaio 2011. Sono rimasti in pochi. Sono meno di 50 i profughi eritrei ancora in mano ai beduini Rashaida, prigionieri dei trafficanti di uomini nel deserto del Sinai da oltre un mese. I predoni hanno separato gli ostaggi e la situazione si fa sempre più grave: «Un gruppo di 15 persone dovrebbe essere liberato oggi (ieri per chi legge, ndr) – spiega don Mosè Zerai, il sacerdote eritreo che dal 23 novembre scorso ha denunciato il sequestro del gruppo di richiedenti asilo proveniente dalla Libia e diretto in Israele –. Non avendo visto nessuna forma di intervento da parte delle autorità egiziane, i loro familiari hanno raccolto il denaro necessario per pagare il riscatto».
Nelle mani dei predoni di Abu Khaled sono rimasti, ormai, poche decine di profughi: sono i più poveri, coloro che non hanno i soldi necessari per pagare il riscatto o i parenti in grado di racimolare gli 8mila dollari pretesi dai trafficanti per la loro liberazione. Tra loro anche tre donne incinte, una delle quali ormai prossima al parto. Su questi uomini e queste donne, i predoni si accaniscono con violenza: «Continuano a picchiarli con bastoni di ferro e catene. Questi ragazzi hanno il corpo ormai pieno di lividi», riprende don Mosè Zerai. Incatenati mani e piedi, rinchiusi dentro a un container sotterraneo, le percosse piovono in continuazione, con l’ossessiva richiesta a trovare soldi o ad accettare l’espianto dei reni come forma di pagamento. «Anche il dolore sta diventando sempre più insopportabile – conclude il sacerdote –. Purtroppo cominciamo il nuovo anno con questo dramma ancora irrisolto».
Un dramma che è già costato la vita a otto persone, tra cui due diaconi della chiesa ortodossa: ragazzi giovanissimi che animavano la preghiera del gruppo di prigionieri, torturati e poi uccisi a colpi di pistola di fronte a tutti gli altri. E ancora gli stupri ripetuti sulle donne, le marchiature a fuoco, le catene ai polsi e alle caviglie. Una pagnotta ogni tre giorni e poca acqua salmastra da bere. E su tutti incombe l’agghiacciante minaccia dei beduini: l’espianto degli organi per pagare il riscatto, già quattro persone sono sparite senza lasciare traccia.
Dal deserto però arriva anche una buona notizia. «Tra venerdì sera e sabato mattina mi hanno chiamato altre 11 persone che facevano parte del gruppo di 20 profughi liberato prima di Natale – spiega don Mosè Zerai –. Ora si trovano in un centro di detenzione per migranti in Israele». Per loro l’incubo è finito: sono riusciti a raccogliere, in un modo o nell’altro, i soldi necessari per il riscatto. E così i loro carcerieri li hanno scortati fino al confine con Israele, poi li hanno lasciati andare.
Secondo le stime riportate dalla stampa israeliana, sono più di 35mila i migranti irregolari che hanno attraversato il Sinai per raggiungere Tel Aviv e la maggior parte di loro ha pagato i trafficanti di uomini per essere guidato attraverso il deserto. Una prassi consolidata in tutto il mondo: chi non può viaggiare regolarmente paga i servizi di uno smuggler, un passatore, che lo aiuta ad attraversare la frontiera proibita.
Qualcosa, però lungo la frontiera tra Egitto e Israele, è cambiato. Nei primi mesi del 2010 i medici israeliani che prestano assistenza ai rifugiati hanno iniziato a notare sui corpi dei loro pazienti i segni di un nuovo orrore messo in atto da spietati trafficanti di uomini: le botte, le bruciature, i segni delle catene imposte dai trafficanti del Sinai per ottenere il pagamento di un riscatto esorbitante (in totale circa 10mila dollari) per ogni profugo. Secondo Ran Cohen, direttore esecutivo di "Physicians for human rights-Israele", dalla fine del 2009, quando i trafficanti di uomini diedero il via alle estorsioni e alle violenze, sono entrati in Israele circa 6-7mila eritrei. «La maggior parte di loro – ha spiegato il medico – ha riferito di aver subito abusi».
Ilaria Sesana
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