Emergenza umanitaria. Ostaggi nel Sinai, meeting delle tribù beduine per combattere il traffico di esseri umani.
Il prossimo 15 gennaio la maggior parte dei gruppi beduini nella parte egiziana di Rafah, la città di confine con la Striscia di Gaza, si riuniranno per firmare un documento che dovrebbe impegnare tutti a contrastare ogni sopruso nei confronti di esseri umani che si svolge sotto i loro occhi ormai da troppo tempo. La denuncia di EveryOne e di Global Crisis Solution Center
Rafah, Egitto, 3 gennaio 2011. Dai container sotterrati nel deserto del Sinai egiziano, sono usciti altri 15 ostaggi, dopo aver fatto sborsare ai propri parenti gli 8.000 dollari del riscatto richiesto dai trafficanti. Ora - come riferisce padre Moses Zerai, direttore dell'agenzia eritrea Habeshia, in costante contatto con i profughi - il bilancio dei superstiti, ancora sottoposti a torture e stupri quotidiani, risulterebbe il seguente: del gruppo dei 250 iniziali, 100 sono letteralmente spariti, non si sa più dove siano, forse sono stati eliminati, oppure sono stati venduti ad altre bande che scorrazzano nella zona. Otto sono stati uccisi; 24 liberati un paio di settimane fa, dopo il pagamento del riscatto, ai quali vanno aggiunti gli ultimi 15 liberati ieri. In tutto, dunque, ne resterebbero 103. Alcuni di loro continuano a chiamare i parenti per supplicarli di versare il denaro richiesto. I versamenti vengono fatti con Western Union o attraverso un conto corrente bancario in Egitto. La sorte di chi non può pagare. Grande preoccupazione destano ora una ventina di loro che, nonostante abbiano tentato di farsi mandare i soldi da parenti e amici, si trovano nella condizione di non poter soddisfare le richieste dei carcerieri. Fra loro, ci sono anche sei donne, tre delle quali in stato di gravidanza.
Per tutti, si profila il rischio di essere uccisi, oppure mandati in una delle tante cliniche egiziane, a quanto pare specializzate in espianti di rene, che sul mercato internazionale è valgono 6.000 dollari l'uno. Il meeting delle tribù.Così, mentre continua l'odissea dei profughi eritrei, somali, etiopi, nigeriani e sudanesi in fuga dagli orrori dei propri paesi e finiti nei container sotterrati nel deserto, il prossimo 15 gennaio la maggior parte delle tribù beduine della parte egiziana di Rafah, la città divisa in due al confine con la Striscia di Gaza, si riuniranno per firmare un documento comune di condanna che impegnerà tutti a denunciare e combattere ogni traffico di esseri umani che si svolge sotto i loro occhi. Il meeting si dovrebbe svolgere non lontano dal borgo di al-Mahdeyya, a sud della città, proprio nella zona dove vengono segregati molti dei profughi, ormai da troppo tempo, nell'indifferenza generale. L'obiettivo dell'incontro di Rafah, oltre a quello (auspicabile) della solidarietà con le vittime di questa tragedia, è quello di tentare di salvare l'immagine dei gruppo di beduini dell'area, identificati ormai come trafficanti di organi, stupratori, assassini. Il ruolo di Abu Khaled.
Secondo EveryOne Group, un'organizzazione umanitaria che si batte per la difesa dei diritti umani in Medioriente e una Ong israeliana, impegnata sullo stesso fronte, Global Crisis Solution Center, il traffico sarebbe gestito da bande, a quanto pare capeggiate da un certo Abu Khaled, beduino palestinese della tribù Rashaida, al quale vengono attribuiti legami con Hamas, al momento - tuttavia - non verificati (in realtà, i legami sono dichiarati dallo stesso Khaled in alcune interviste rilasciate a quotidiani egiziani e britannici, nota di EveryOne). Sembra anche che sia in relazioni di affari - ma anche questo è in via di accertamento (anche questa notizia è di dominio pubblico grazie alla stampa egiziana, nota di EveryOne) - con il trafficante di armi, tale Abu Ahmed, anche lui di Rafah, il quale disporrebbe della collaborazione di una ventina di uomini per organizzare il traffico di profughi in rotta verso Israele, lungo uno dei tunnel che ramificano lungo il "corridoio di Philadelphia", ossia il tratto di terra che separa l'Egitto dalla Striscia di Gaza.
A questo gruppo di predoni, dotati di armi pesanti e sistemi di comunicazione e intercettazione sofisticatissimi, sarebbe destinato il lavoro sporco, mentre ad altri, i cosiddetti "runners", è affidato il compito di trasportare velocemente sulle proprie spalle i beni dei migranti da Rafah a Gaza, correndo lungo i tunnel. Ed è proprio la particolare forza organizzativa e bellica delle bande che finora ha dissuaso le autorità egiziane dall'intervento nella zona, ricordando a chi le critica, l'accordo con Israele secondo il quale lungo i confini comuni deve essere interdetto l'uso di armi pesanti. "Mica possiamo mandarci i poliziotti armati solo di pistole a contrastare questi criminali", sarebbe stata in sostanza la risposta del governo egiziano. Protetti dalla corruzione. Khaled, assieme ad Abu Ahmed, è ricercato per contrabbando, e se ancora tutti e due non sono stati arrestati dalle autorità egiziane - sostengono le organizzazioni umanitarie - si deve solo all'alto tasso di corruzione, che gli stessi trafficanti, intervistati da quotidiani britannici, dicono di aver verificato. Gli stessi predoni, affermano poi che "all'Egitto i trafficanti fanno comodo, perché se vengono chiusi i tunnel che da Rafah portano a Gaza, il Sinai verrebbe inondato di persone che vogliono attraversare il confine, per raggiungere Israele".
In ostaggio oltre 2.000 persone. Secondo un'inchiesta di EveryOne Group, le vittime attualmente nelle mani della rete dei trafficanti, che specula sulla disperazione di chi fugge da guerre e soprusi di vario genere, sarebbero circa 2.000 persone, quasi tutte provenienti dal Corno d'Africa e ancora in catene nei container sotterrati nel Sinai, che per essere liberate devono pagare un riscatto di 8.000 dollari ciascuna. Un giro d'affari che frutta milioni di dollari a gente senza scrupoli, in combutta diretta con il commercio internazionale di organi, espiantati a chi non riesce a farsi mandare i soldi del riscatto dai propri parenti.
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