Sottolineata l'urgenza di sottoscrivere una deroga agli accordi di Camp David del 1978, che impediscono all'Egitto di adeguare le forze di polizia alla presenza di criminalità organizzata lungo il confine.

Delineata la responsabilità dei traffici: la famiglia Sawarka, i Rashaida e Abu Khaled. Un funzionario della polizia di Rafah spiega le difficoltà da parte delle forze dell'ordine, mentre il capo-beduino Aish Tarabin propone alle tribù del Sinai e al governo un progetto per un Sinai senza più traffico di esseri umani.
Rafah, 6 gennaio 2011. Sono passati più di due mesi da quando il mondo è venuto a conoscenza del calvario di 250 profughi africani che, dopo aver subito respingimenti dall'Unione europea e aver scontato un periodo di detenzione durissima nelle carceri libiche, hanno deciso di avventurarsi entro i confini dell'Egitto, con destinazione Israele. "La chiusura delle frontiere europee, in violazione della Convenzione di Ginevra," scrive il Gruppo EveryOne in una lettera trasmessa oggi all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Antonio Guterres, "ha trasformato radicalmente il fenomeno dei flussi di rifugiati dai paesi africani in guerra o crisi umanitaria.
La tragedia nelle acque di Taez, nello Yemen, in cui hanno perso la vita 43 migranti e altri 40 sono scomparsi, è significativa di come ormai le vie di fuga per chi si allontana da condizioni di vita impossibili sono rimaste pochissime, tutte pericolose. I campi profughi dell'Etiopia non hanno più possibilità di ricezione; lo Yemen ha già accolto negli ultimi anni centinaia di migliaia di rifugiati ed è al collasso; Israele ha visto entrare nei propri confini bambini, donne e uomini africani a un ritmo che è attualmente di 700 persone ogni settimana. Se la Convenzione di Ginevra sui Rifugiati non tornerà a valere per tutti gli stati che l'hanno sottoscritta, questa crisi globale peggiorerà, riportando il pianeta Terra ai tempi delle muraglie e dell'olio bollente gettato su popoli disperati in cerca di asilo".
Dopo essersi affidati a trafficanti beduini, pagando una somma di 2000 dollari a persona per essere aiutati a rifugiarsi nello stato ebraico, il gruppo di migranti africani è rimasto vittima di una trappola. Nel deserto del Sinai egiziano, i predoni hanno preteso altri 8000 dollari pro capite. Condotti nella parte meridionale della città di Rafah, al confine fra Egitto e Territori palestinesi, vicinissima al confine con Israele, i migranti venivano incatenati e segregati all'interno di grandi container metallici interrati. Potevano respirare grazie a bocche per l'aerazione e mangiavano una pagnotta al giorno, alternata raramente a mezza scatola di sardine. E cominciavano le violenze, le torture, gli stupri nei confronti delle donne. Azioni sadiche finalizzate a soddisfare la bestialità dei rapitori e a fiaccare la volontà dei loro prigionieri, costretti a chiedere ai loro parenti all'estero di pagare il riscatto. A tal fine, i trafficanti consentivano agli africani di tenere i telefonini e, anzi, provvedevano a ricaricarli quando occorreva.
Grazie ai telefonini, alcuni profughi si mettevano in contatto con il mondo civile e, grazie all'impegno del sacerdote eritreo don Mussiè Zerai e del Gruppo EveryOne, seguiti presto da altre Ong, la voce delle vittime raggiungeva ogni parte del mondo e veniva raccolta dal Papa, dalle Nazioni Unite, dal Parlamento europeo, dai governi dei paesi democratici, che stigmatizzavano il fenomeno del traffico di esseri umani e chiedevano all'Egitto di intervenire con urgenza. "In un primo momento il governo egiziano ha negato l'esistenza dei profughi africani nel frutteto di Rafah. Poi, però, ha preso contatto con i capitribù beduini del nord del Sinai chiedendo che collaborassero nella mediazione con i rapitori, per ottenere la liberazione dei migranti. La pressione internazionale, la vasta eco mediatica relativa alla vicenda di questi schiavi del nostro tempo ha costretto probabilmente i trafficanti ad accelerare la liberazione degli ostaggi, non senza aver stretto i tempi affinché i loro parenti versassero ancora denaro".
Ieri EveryOne è riuscita a entrare in contatto con un funzionario delle forze dell'ordine di Rafah, chiedendogli notizie riguardo ai migrati africani fermati nelle ultime settimane e i motivi dell'inerzia della polizia nei confronti dei trafficanti. Nonostante alle forze di sicurezza sia proibito comunicare con la stampa e le Ong al di fuori dell'Egitto, il funzionario ha fornito una spiegazione: "La polizia di frontiera ha effettuato diverse operazioni, arrestando numerosi gruppi di africani, che sono stati denunciati per 'ingresso illegale', interrogati e incarcerati. Verranno consegnati alle autorità dei paesi di provenienza, perché la legge egiziana prevede così. Riguardo alla nostra prudenza nei confronti dei trafficanti, il problema è che sono armati e organizzati molto meglio di noi".
"I trafficanti sono armati con moderni kalashnikov, mentre le forze di polizia sono costrette a operare con armamento leggero," prosegue la lettera di EveryOne. "E' un problema che risale agli accordi di Camp David, sottoscritti fra Egitto e Israele nel 1978. Gli accordi, firmati dal presidente egiziano Anwar Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin, demilitarizzarono le zone del Sinai vicine al confine. All'Egitto fu concesso di operare solo con armi leggere lungo la linea di frontiera e nel Sinai centrale.
Così quella fetta di deserto divenne una zona senza legge, in cui alcune tribù beduine svilupparono ogni genere di traffico. Traffici di armi e droga, ma anche di migranti, schiavi, organi umani. Si può affermare senza tema di smentite che i trafficanti oggi controllano quella porzione di Sinai, applicando le loro leggi criminali. Quando l'Egitto ha chiesto a Israele di ottenere una deroga agli accordi di Camp David e potenziare le proprie forze di sicurezza, integrando i contingenti e migliorando gli armamenti e i mezzi di trasporto, ha sempre ottenuto un secco rifiuto. E' un atteggiamento difficile da capire, anche perché nel Sinai viaggiano ormai senza alcun controllo armi di ogni genere, destinate speso alla lotta armata contro lo stato ebraico. Anche i proventi dei traffici di esseri umani finanziano, in parte, azioni di guerriglia contro Israele e sono controllati dai nemici storici dello stato ebraico, Hamas in primis. Questa impotenza da parte delle guardia di frontiera contro i trafficanti è alla base della pratica disumana del tiro a segno contro i migranti. Le autorità locali e probabilmente anche il governo della Repubblica Araba considerano questa strage degli innocenti come l'unico mezzo rimasto a loro disposizione per controllare i flussi di profughi, che loro definiscono 'lavoratori illegali'. E' importante che le Nazioni Unite agiscano diplomaticamente affinché nel Sinai siano restaurate la legalità e le condizioni per combattere il traffico di esseri umani".
Grazie ai contatti con le Ong locali e rappresentanti della comunità beduina di Rafah, EveryOne ha ricostruito l'organizzazione dei traffici nel Sinai. "Così come non si può affermare che esista un solo 'capo della mafia' in Italia, nello stesso modo non vi è un responsabile unico della tratta di esseri umani e organi. E' un'organizzazione ramificata in tutti i paesi arabi. Vi sono però due tribù beduine che hanno conquistato negli anni il potere nel Sinai e lo detengono tuttora: i Rashaida e i Sawarka. Non si nuove foglia, nella regione, che queste due tribù non vogliano. Vi è, inoltre, una famiglia che ha più potere e più connivenze con le grandi organizzazioni mafiose e terroristiche internazionali. E' una famiglia il cui cognome è lo steso della tribù: Sawarka. Nessuno, neanche capi-clan come Abu Khaled o Abu Ahmed, può introdurre un solo essere umano o un singolo fucile nel Sinai senza l'approvazione dei Sawarka".
I capi-clan Sawarka dispongono di denaro e potere. Quando vengono intervistati dai media locali o stranieri, si dichiarano orgogliosi delle loro attività. "Da 30 anni siamo senza acqua né agricoltura," ha dichiarato recentemente Mahmoud Sawarka - fratello del capotribù Sawarka - alla giornalista Yasmine Saleh dell'agenzia Reuters. "Il governo non ha messo in atto alcun programma per i nostri giovani. Non abbiamo nulla. Ecco perché ci dedichiamo ai traffici: per provvedere alle nostre vite e a quelle delle nostre famiglie". Nel Sinai vivono circa 600.000 beduini, suddivisi in 12 tribù. Il governatore del Sinai del nord, Murad Muwafi, non ha, da parte del governo egiziano, un sostegno sufficiente per combattere il crimine organizzato gestito da alcune tribù beduine e anzi, per mantenere la propria carica non può prescindere dal loro consenso. "Le forze di polizia non possono effettuare operazioni all'interno delle proprietà beduine," prosegue la lettera di EveryOne, "a meno che non siano invitate dai padroni di casa. Ecco perché nessun agente ha ancora messo piede nel frutteto a sud di Rafah, dove Abu Khaled conduce i suoi crimini alla luce del sole, senza alcun timore di essere ostacolato mentre trasferisce da un luogo all'altro i suoi carichi di esseri umani.
Se Egitto e Israele non sottoscrivono con urgenza una deroga agli accordi di Camp David sul Sinai, la tratta di migranti, di schiavi, di bambini e di organi umani proseguirà anche in futuro, gonfiando le casse della Muslim Brotherhood, di Hamas e di Al Qaeda. Unione europea e Onu hanno voce per accelerare la sottoscrizione, da parte di Israele ed Egitto, di un nuovo patto di impegno contro queste organizzazioni criminali e i loro traffici. E' altrettanto importante che l'Egitto inizi a concedere all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati di incontrare i profughi dopo che vengono arrestati al confine, per valutare il loro diritto a protezione internazionale e accogliere le loro istanze".
Anche Ramy Raouf, portavoce della Ong Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR) afferma che "la posizione dell'Egitto è imbarazzante e solo se il governo decide di compiere passi concreti, esprimendo la propria autorità di stato di diritto, sarà possibile liberare i migranti africani e impedire che il traffico continui".
"Gli appelli dell'Onu, dell'Ue e del pontefice rappresentano la voce del mondo civile," continua EveryOne, "ma a tali voci, come giustamente chiede Raouf, devono seguire azioni, documenti ufficiali, patti fra governi, programmi a breve, medio e lungo termine. Con le parole non si sconfigge un business criminale che non riguarda solo il Medio Oriente, ma il mondo intero". Intanto vi è grande attesa per l'incontro fra i capitribù beduini del Sinai, previsto per il 15 gennaio nei pressi di al-Mahdeyya, a due passi dal frutteto di Abu Khaled. "Abbiamo sentito il capotribù Aish Tarabin," conclude EveryOne, "che ha raccolto l'invito delle Ong e ha organizzato l'iniziativa. Con questo meeting, le tribù pacifiche, che svolgono in un clima difficile attività oneste e tradizionali, vogliono ribadire il loro no al crimine. Aish sogna un Sinai diverso da quello odierno, in cui la sola legge è quella del più forte.
E' convinto che la maggior parte delle tribù approverà l'iniziativa contro il traffico di esseri umani, ma chiede al governo egiziano di non abbandonare la popolazione beduina che vuole vivere nella legalità, altrimenti i facili guadagni continueranno a esercitare un richiamo irresistibile per le frange beduine senza scrupoli".
Nella foto, riunione di rappresentanti beduini del Sinai
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