La denuncia di EveryOne: un giovane eritreo ucciso a sangue freddo. Decine di ostaggi passati nelle mani dei trafficanti di organi. Il racconto.
Milano, 7 gennaio 2010. Era stato un Natale di sangue e sofferenza. Una sofferenza che ha segnato anche l’inizio del nuovo anno. Non c’è fine alla tragedia dei migranti africani ostaggio dei predoni nel Sinai al confine con Israele. Le ultime notizie aggravano, se possibile, la situazione. I «liberatori» si trasformano in giustizieri. La polizia egiziana è tornata a sparare sui migranti. Domenica scorsa, contemporaneamente ad una sparatoria fra polizia e trafficanti, costata la vita a un giovane agente di Rafah, una pattuglia di guardia al confine ha fatto fuoco su un giovane eritreo che tentava di superare la frontiera dello Stato ebraico.
«Dopo la circolare ministeriale che imponeva agli agenti di frontiera egiziani di non sparare sui rifugiati e in seguito all’operazione di domenica scorsa contro i trafficanti beduini di Rafah», rilevano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne, «un po’ tutti ci eravamo illusi che le autorità egiziane avessero modificato il loro modo di operare, iniziando perseguire i predoni. In realtà sembra che niente sia cambiato». Nella stessa giornata, infatti, spiegano gli attivisti, «una pattuglia di guardie di confine ha sparato a sangue freddo in direzione di un ragazzo eritreo, centrandolo con due proiettili allo stomaco, risultati fatali.
Il giovane non era armato e probabilmente era stato appena liberato da trafficanti. Si è solo rifiutato di fermarsi all’alt intimato dagli agenti, comprensibilmente terrorizzato, dopo tante uccisioni di migranti africani alla frontiera fra Egitto e Israele». L’omicidio del ragazzo, proseguono Malini, Pegoraro e Picciau, «è l’ennesimo crimine commesso dalle autorità egiziane contro i rifugiati. Se pensiamo a cosa debba aver sofferto il giovane nelle mani dei trafficanti, l’abuso risulta ancora più odioso». Dopo essersi affidati a trafficanti beduini, pagando una somma di 2000 dollari a persona per essere aiutati a rifugiarsi nello Stato ebraico, il gruppo di migranti africani è rimasto vittima di una trappola. «Nel deserto del Sinai egiziano ricostruisce EveryOne in una lettera trasmessa ieri all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Antonio Guterresi predoni hanno preteso altri 8000 dollari pro capite.
Condotti nella parte meridionale della città di Rafah, al confine fra Egitto e Territori palestinesi, vicinissima al confine con Israele, i migranti venivano incatenati e segregati all'interno di grandi container metallici interrati. Potevano respirare grazie a bocche per l'aerazione e mangiavano una pagnotta al giorno, alternata raramente a mezza scatola di sardine. E cominciavano le violenze, le torture, gli stupri nei confronti delle donne. Azioni sadiche finalizzate a soddisfare la bestialità dei rapitori e a fiaccare la volontà dei loro prigionieri, costretti a chiedere ai loro parenti all' estero di pagare il riscatto. A tal fine, i trafficanti consentivano agli africani di tenere i telefonini e, anzi, provvedevano a ricaricarli quando occorreva.
Grazie ai telefonini, alcuni profughi si mettevano in contatto con il mondo civile e, grazie all'impegno del sacerdote eritreo don Mussiè Zerai e del Gruppo EveryOne, seguiti presto da altre Ong, la voce delle vittime raggiungeva ogni parte del mondo e veniva raccolta dal Papa, dalle Nazioni Unite, dal Parlamento europeo, dai governi dei Paesi democratici, che stigmatizzavano il fenomeno del traffico di esseri umani e chiedevano all' Egitto di intervenire con urgenza. «In un primo momento il governo egiziano ha negato l'esistenza dei profughi africani nel frutteto di Rafah. Poi, però, ha preso contatto con i capitribù beduini del nord del Sinai chiedendo che collaborassero nella mediazione con i rapitori, per ottenere la liberazione dei migranti. La pressione internazionale, la vasta eco mediatica relativa alla vicenda di questi schiavi del nostro tempo ha costretto probabilmente i trafficanti ad accelerare la liberazione degli ostaggi, non senza aver stretto i tempi affinché i loro parenti versassero ancora denaro».
«I trafficanti sono armati con moderni kalashnikov, mentre le forze di polizia sono costrette a operare con armamento leggero», rileva ancora EveryOne. Da tempo ormai quella fetta di deserto è diventata una zona senza legge, in cui alcune tribù beduine svilupparono ogni genere di traffico. Traffici di armi e droga, ma anche di migranti, schiavi, organi umani. Si può affermare senza tema di smentite che i trafficanti oggi controllano quella porzione di Sinai, applicando le loro leggi criminali. Questa limitazione del potenziale di sicurezza nel Sinai nasce dagli accordi fra Egitto e Israele sottoscritti nel 1978 a Camp David, finalizzati a demilitarizzare l'area. L'Egitto ha chiesto più volte a Israele una deroga, che avrebbe consentito l'adeguamento delle forze dell'ordine alla piaga del traffico di esseri umani, armi e droga, ma ha sempre sempre ottenuto un secco rifiuto. «Questa impotenza da parte delle guardia di frontiera contro i trafficanti denuncia EveryOne è alla base della pratica disumana del tiro a segno contro i migranti».
«La posizione dell'Egitto è imbarazzante e solo se il governo decide di compiere passi concreti, esprimendo la propria autorità di stato di diritto, sarà possibile liberare i migranti africani e impedire che il traffico continui», afferma Ramy Raouf, portavoce della Ong Egyptian Initiative for Personal Rights. «Con le parole fa eco EveryOne non si sconfigge un business criminale che non riguarda solo il Medio Oriente, ma il mondo intero».

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