Kadar partì dalla Somalia nel 2007 quando aveva 20 anni. Viveva nella capitale Mogadiscio con la sua famiglia: madre padre 2 fratelli e 4 sorelle. Kadar studiava, il padre fa il muratore, la madre è casalinga.
Avevano un casa a Mogadiscio che prima di partire fu distrutta dai colpi della guerra civile. Con la sua famiglia si trasferì in una città a nord di 300 mila abitanti, più lontana dalla guerra: Borama.
La Somalia divenne uno stato indipendente nel 1960. Dal 1889 fu una colonia italiana divisa poi dal 1941 con il Regno Unito. Nel 1977 scoppiò la guerra con l’ Etiopia che provocò una catastrofe di 2 milioni di profughi. Quasi contemporaneamente si accese una guerra civile che negli anni vide susseguirsi vari conflitti intrecciati tra fazioni, tribù e raggruppamenti finanziati da attori esterni come USA, URSS, Eritrea. Si susseguirono crisi umanitarie e interventi ONU che falliti definitivamente nel 2005. Tra il 1998 e il 2006 la Somalia vide una frammentazione politico-geografica con numerose formazioni militari parastatali che crearono feudi svincolati dall’autorità centrale: Puntland, Jubaland nel sud e Galmudug. Dal 2006 cresceva rapidamente la forza delle corti islamiche fino alla conquista della capitale dove imposero la legge della Sharia. In questi giorni permane una devastante carestia dovuta alla siccità sommata alla guerra che ha prodotto una enorme emergenza umanitaria con 750 mila persone a rischio di morte nel sud del paese e 1.5 milioni di bambini che han bisogno di assistenza immediata.
Kadar parla spesso al telefono coi suoi familiari che nel nord riescono a vivere, dato che in questa regione la guerra e la carestia non affondano gli artigli.
Quali saranno state le ultime parole che si sono scambiati prima che Kadar partisse? Una madre un padre ed un figlio consapevoli che forse non si rivedranno? I loro ultimi sguardi…
Da Borama Kadar camminò per 3 giorni fino al confine con Gibuti, dove incontrò altri migranti coi quali organizzò il viaggio in fuoristrada per l’Eritrea, pagando una piccola somma. Dopo un giorno vennero intercettati da pattuglie di soldati eritrei che li portarono prima ad Assab e poi a Massawa in un campo-tendopoli per migranti. Qui per ogni 10 persone venivano distribuiti 25 kg di riso al mese. Dopo 3 settimane Kadar fuggì dal campo con altri migranti portando tutta l’acqua e il cibo possibile. Erano in 20 camminarono per 15 giorni. Durante la marcia Kadar vide cadere a terra stremati diversi uomini “Non ti fermi ad aiutare. Sai che loro quando cadono muoiono. Se ti fermi muori anche tu. Puoi solo andare avanti.”

Cosa si prova andando avanti al limite della resistenza sapendo che forse domani potresti cadere tu?
Al confine con il Sudan i soldati li fermarono e trattennero in una vecchia casa. Per 10 giorni diedero loro pane e acqua. Vennero poi portati in un campo a Kassala da dove scapparono subito durante la prima notte entrando nel letto di un fiume e camminando fino al mattino. Incontrarono un uomo in Toyota che parlava solo arabo ma telefonò ad un suo amico somalo che studiava a Khartoum e insieme contrattarono il prezzo per un trasporto fino a Kartoum, dove pochi giorni dopo, saldato il debito e organizzato il tratto successivo, partirono per la Libia.
15 grossi fuoristrada pieni di migranti. In quello su cui era Kadar stavano in 42 e viaggiarono per 10 giorni. Durante gli ultimi tre l’acqua scarseggiò e poi finì. Kadar vide uomini bere la propria urina. Ne vide alcuni comprare l’urina da un compagno di viaggio.

In Libia restò per un anno a Tripoli cercando di lavorare per potersi imbarcare per l’ Italia. A volte faceva il muratore e capitava che a fine giornata invece di essere pagato veniva insultato consapevole di non poter fare niente. La Libia è pericolosa per un immigrato senza documenti. La polizia è spietata e tra la popolazione c’è molto razzismo.
Quante volte si rischia tutto in una vita?
Una sera Kadar tornava a casa da solo. Vide una macchina seguirlo, cambiò strada ma no servì, la macchina accostò e uno dei passeggeri gli chiese dei soldi che Kadar non aveva. Tentarono di aggredirlo ma riuscì a scappare. Inseguito si arrampicò su un muro alla fine di una stretta strada. Arrivato in cima si accorse che pochi metri più in là c’era un cancello aperto e se avesse scavalcato gli inseguitori sarebbero entrati e lo avrebbero preso dall’altra parte. Il muro alto 4 metri era quello di un cimitero. I 3 aggressori erano lì sotto. Restò sopra il muro quasi in bilico per 3 ore mentre gli altri si divertivano dicendogli che lo avrebbero aspettato e fatto a fette col coltello. Kadar sentiva venire meno le forze. I rapinatori erano tutti sotto un lato del muro. Decise di rischiare buttarsi sotto e cercare di chiudere subito il cancello. Ci riuscì rimediando solo una ferita ad un braccio.

Sentiva che doveva andarsene dalla Libia e si imbarcò su un gommone diretto in Italia. Erano in 47. Dopo 2 giorni il piccolo motore fuori bordo cade in acqua. Poco dopo è il naufragio. 21 migranti annegano subito. Kadar si aggrappa ad alcuni pezzi di legno. Resterà in mezzo al mare per 8 ore tra urla di disperazione e pianti dei suoi compagni.
“Non si pensa più a niente. Aspetti”
Vennero salvati in 26 da una nave spagnola che li riportò in Libia dove furono incarcerati.
Sei mesi in carcere dove si viveva ammassati in grosse celle a richio di malattie dovute a condizioni igienico alimentari disumane. La Libia prima dell’attuale guerra civile funzionava come un feroce cane da guardia nutrito dalla fortezza Europa per contrastare il flusso migratorio. Il governo italiano con un accordo firmato nel 2007 sovvenzionava questa macchina repressiva illegale. Gli uomini erano imprigionati senza alcun processo solo perché migranti in fuga da una guerra. Questo in violazione di tutte le convenzioni internazionali a cominciare da quella di Ginevra del 1951.
Spesso nel carcere i militari libici commettevano abusi e pestaggi usando tubi di gomma come fruste sulle schiene delle persone stese a terra a faccia sotto con le mani legate dietro la schiena.
Se si paga dal carcere si può uscire se no ci si può anche marcire. Ci sono intermediari che contrattano con le famiglie la pelle dei figli.
Dopo 6 mesi Kadar venne rilasciato. Era il 2009. Si diede subito da fare per potersi imbarcare nuovamente per l’Italia. Viene aggredito una seconda volta sempre a scopo di rapina. Una coltellata lo colpisce alla base del collo. Viene operato. Non esce di casa per 2 mesi fino a quando si imbarca.
“Non si torna indietro. Dietro c’è la guerra. Si va avanti.”
Sul barcone sono 300. Arrivano a Siracusa dopo un giorno di navigazione. Dopo pochi giorni dal centro d’accoglienza Kadar viene mandato all’ospedale di Catanzaro dove verrà operato una seconda volta perché la ferita al collo è stata curata male in Libia e si è aggravata. Resterà in ospedale 4 mesi. Altri 8 mesi li fa al centro accoglienza richiedenti asilo di Crotone. Dopo un anno ottiene il permesso di soggiorno mentre il termine legale di attesa sarebbe 6 mesi.
Kadar viene ospitato da una ONG marchigiana che si occupa di servizio protezione richiedenti asilo e rifugiati, dove vive per circa 7 mesi. Poi trova un lavoro ed una casa a Fermo nelle Marche. Vive a Fermo insieme a Mohamed che ha 24 anni è somalo come lui ed è scappato perché le milizie islamiche degli Shabab volevano arruolarlo a forza nella guerra civile. Un giorno Mohamed stava mangiando in casa con la sua famiglia quando all’esterno scoppiò una sparatoria. Un proiettile vagante entrò dall’alto e lo colpì di striscio alla fronte per poi ferirlo ad una gamba. Entrambi vivono fermo insieme a Kalim che è etiope, paese che è stato a lungo in guerra con la Somalia. Loro stanno bene insieme. Sono quasi sempre i governi a volere le guerre non i popoli.
Kadar e Mohamed ogni mattina vanno a lavorare in fabbrica con il bus delle 7 e tornano la sera alle 19:30. Hanno un contratto da apprendisti e si trovano bene. Pagano l’affitto ed ogni mese mandano i soldi alle proprie famiglie in Somalia. Il padre di Kadar riesce a lavorare come muratore solo sporadicamente. Kadar non è abituato a consumare ma a vivere con ciò che serve. Come Mohamed è musulmano e ad Agosto hanno fatto il Ramadam. Una sera del Giugno scorso vanno al bar vicino casa a comprare le sigarette. Usciti fuori un gruppo di giovani locali li provoca, li insulta in modo razzista e infine li aggredisce. Kadar viene ferito alla testa da una bottigliata. Un atto vile da parte di chi vive una vita volgare e vuota ed è capace solo di offendere ragazzi da cui avrebbe da imparare cosa sia il coraggio e la dignità. Kadar si è fatto medicare e ha sporto denuncia. Lui e Mohamed hanno riconosciuto l’aggressore con la bottiglia sulle foto segnaletiche della questura che ancora non ha preso provvedimenti.
“Continuo a cercare la mia vita. La casa dove sto adesso è in vendita e devo cambiare. Non capisco perché in Somalia c’è sempre la guerra. Forse andrò via dall’Italia."
Testo e foto di Andrea Polzoni. L’autore non autorizza la riproduzione totale o parziale del presente articolo e delle immagini ad esso correlate





























